Dopo il passaggio in sala, approda su Sky Documentaries il 20 maggio alle 21.15 e in streaming su NOW “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, il documentario diretto da Simone Manetti e scritto da Emanuele Cava e Matteo Billi, prodotto da Ganesh Produzioni e Fandango, già vincitore del Nastro d’Argento della Legalità 2026. Un’opera che si inserisce con forza nel panorama televisivo contemporaneo per la capacità di affrontare una delle vicende più controverse e dolorose della cronaca italiana e internazionale degli ultimi dieci anni, scegliendo un registro narrativo lontano dal sensazionalismo e vicino, invece, alla dimensione umana e civile della storia.
Il documentario rappresenta il primo racconto audiovisivo strutturato che ricostruisce insieme la figura di Giulio Regeni e il contesto di violenza e opacità che ne ha determinato la morte. Il giovane ricercatore italiano, ventisettenne, scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016, in coincidenza con l’anniversario della Rivoluzione di Piazza Tahrir, mentre si trovava in Egitto per una ricerca sui sindacati locali commissionata dall’Università di Cambridge. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio ai margini di una strada statale, con segni evidenti e devastanti di tortura. Una vicenda che da subito ha assunto una dimensione internazionale, intrecciando diritti umani, diplomazia e ricerca della verità.
Cuore pulsante del racconto televisivo sono le testimonianze dirette dei genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi, che per la prima volta affidano a un documentario il proprio vissuto, trasformando il dolore privato in una battaglia pubblica. Accanto a loro, la voce di Alessandra Ballerini, l’avvocata che ha accompagnato la famiglia in un lungo percorso giudiziario culminato nel 2023 con l’apertura del processo contro quattro agenti della National Security egiziana, procedimento avviato nella primavera del 2024 e destinato a giungere a sentenza entro la fine del 2026. Il film restituisce così non solo il racconto di una tragedia, ma anche quello di una tenace ricerca di giustizia che si confronta con le complessità geopolitiche legate al regime guidato da Abdel Fattah al-Sisi.
Il ritratto di Giulio emerge attraverso un percorso biografico accurato: cresciuto a Fiumicello Villa Vicentina, in una famiglia abituata al confronto con il mondo, studente al Collegio del Mondo Unito in New Mexico, laureato a Leeds in Arabic and Politics e con un master a Cambridge, Regeni rappresentava una generazione aperta, internazionale, impegnata nello studio come strumento di comprensione della realtà. Un profilo che il documentario ricostruisce con attenzione, evitando la retorica e mantenendo al centro la complessità della sua figura.
Il momento più straziante resta affidato alle parole della madre, che diventano anche il titolo e la chiave emotiva dell’opera: “Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”. Una frase che sintetizza l’impatto umano della vicenda e che il documentario utilizza come punto di partenza per un racconto che si sviluppa per stratificazione emotiva e narrativa.
Dal punto di vista formale, Simone Manetti chiarisce la natura del progetto con parole che definiscono con precisione l’approccio registico: “Il docufilm non è un film d’inchiesta né un racconto true crime, ma un viaggio che attraversa questa storia dal punto di vista più intimo e vicino possibile a Giulio Regeni. Le voci che compongono la narrazione sono esclusivamente quelle di chi, in forme diverse, ha vissuto questa vicenda direttamente sulla propria pelle. Una storia privata che si intreccia progressivamente con una dimensione pubblica e geopolitica, senza mai perdere il proprio centro umano. Il repertorio è utilizzato come una vera e propria macchina del tempo: non come commento o ricostruzione ex post, ma come esperienza del presente, capace di restituire gli eventi mentre accadono. Accanto al repertorio mediatico e giuridico, il film fa uso di un repertorio generico – o found footage – di luoghi, azioni e immagini quotidiane, che costruiscono un affresco visivo e sonoro per immersione, non per spiegazione. La narrazione non procede per rotture o accelerazioni. Non arrivano mai delle ondate. Il film avanza come una marea lenta e costante: ogni sequenza aggiunge un livello, costruisce tensione per accumulo e persistenza.”
Questa scelta stilistica si traduce in un racconto televisivo che rifiuta la spettacolarizzazione del dolore e privilegia un andamento immersivo, quasi ipnotico, in cui il materiale d’archivio diventa esperienza viva e non semplice ricostruzione. Un linguaggio che si inserisce nel solco del miglior documentario contemporaneo, capace di dialogare con il pubblico televisivo senza semplificare la complessità dei fatti.
“Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” si configura così come un’opera necessaria, che unisce rigore narrativo e profondità emotiva, contribuendo a mantenere alta l’attenzione su una vicenda ancora aperta e su una domanda di verità che, a distanza di anni, resta centrale nel dibattito pubblico. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
