Il settore della grande distribuzione organizzata italiana si trova ad affrontare una fase di profonda riflessione strategica dopo un 2025 caratterizzato da vendite stagnanti e costi operativi in continua crescita. Al centro del dibattito emerge la proposta avanzata da Ernesto Dalle Rive, presidente dell’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori-Coop, che riapre una discussione chiusa da tempo: la chiusura domenicale dei supermercati come strumento di razionalizzazione economica e miglioramento delle condizioni lavorative.
La proposta giunge in un momento particolarmente delicato per l’economia italiana. Le previsioni per il 2026 indicano una crescita del prodotto interno lordo contenuta, stimata tra lo 0,5% e lo 0,8% secondo le rilevazioni dell’Istat, mentre i consumi delle famiglie sono attesi in espansione di appena lo 0,3% secondo le stime degli operatori del settore, ben al di sotto delle aspettative iniziali. Questo scenario di crescita anemica si traduce in una contrazione della capacità di spesa delle famiglie italiane, con conseguenze dirette sul fatturato della grande distribuzione.
Il sistema cooperativo Coop, che nel 2024 ha chiuso con un giro d’affari complessivo di 16,6 miliardi di euro e una crescita limitata dell’1,2% rispetto all’anno precedente, rappresenta circa l’11,1% del mercato della grande distribuzione italiana. Con quasi 58.000 dipendenti distribuiti su oltre 1.100 punti vendita e 6,2 milioni di soci, il sistema cooperativo costituisce una delle principali realtà del commercio al dettaglio nazionale. La decisione di aprire una riflessione sulle aperture domenicali non nasce quindi da un singolo operatore, ma da una delle strutture portanti del settore.
Dalle Rive ha spiegato che il contesto economico attuale impone scelte difficili. L’apertura domenicale dei supermercati, introdotta nel 2011 con il decreto Salva Italia del governo Monti nell’ambito di una più ampia liberalizzazione degli orari commerciali, aveva l’obiettivo di stimolare la concorrenza e incrementare i consumi attraverso una maggiore disponibilità dei servizi. A distanza di quindici anni, tuttavia, il modello mostra evidenti limiti economici. Le aperture festive comportano un aggravio significativo sui costi del personale, con maggiorazioni retributive che oscillano tra il 30% e il 42% rispetto all’orario ordinario, secondo quanto previsto dai contratti collettivi del settore.
Secondo le stime elaborate dall’Ufficio Studi Coop, la chiusura domenicale dell’intero sistema della grande distribuzione organizzata consentirebbe risparmi compresi tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro annui. Questo risparmio deriverebbe principalmente dalla riduzione del costo del lavoro, che nei giorni festivi prevede le maggiorazioni contrattuali obbligatorie. Le risorse liberate potrebbero essere reinvestite in politiche promozionali più aggressive durante i restanti sei giorni della settimana e in una migliore organizzazione complessiva del lavoro, con potenziali benefici sia per le imprese che per i consumatori.
La proposta di Ancc-Coop non si limita agli aspetti economici, ma richiama anche considerazioni di carattere sociale e organizzativo. Il presidente Dalle Rive ha sottolineato come l’equilibrio tra vita privata e lavoro sia diventato un fattore determinante nelle scelte occupazionali, soprattutto dopo la pandemia. Analizzando l’evoluzione del mercato del lavoro negli ultimi anni, emerge una sensibilità crescente dei lavoratori verso modelli organizzativi che permettano una migliore conciliazione tra impegni professionali e vita familiare. La possibilità di garantire la domenica libera a decine di migliaia di dipendenti rappresenterebbe quindi non solo un beneficio diretto per i lavoratori, ma anche un elemento di attrattività per le aziende del settore nella competizione per l’acquisizione di personale qualificato.
La questione della produttività delle aperture domenicali costituisce un altro elemento centrale nella valutazione economica. Secondo le analisi condotte, circa un terzo dei consumatori cambierebbe insegna trovando il proprio supermercato abituale chiuso la domenica, mentre il 38% sceglierebbe semplicemente di posticipare la spesa ad altro momento della settimana. Questo significa che la maggioranza dei volumi di vendita non andrebbero perduti, ma verrebbero redistribuiti sugli altri giorni, con una potenziale ottimizzazione dei costi operativi complessivi. Il calcolo della contribuzione netta delle aperture domenicali, considerando i costi incrementali di personale, energia e logistica, mostrerebbe secondo gli operatori margini inferiori rispetto ai giorni feriali.
La proposta ha riacceso il confronto sulla regolamentazione del settore commerciale in Italia. Dalle Rive ha chiarito che non sono possibili scelte unilaterali da parte di singole insegne o operatori, ma che l’obiettivo è aprire un tavolo di confronto che coinvolga l’intero sistema della grande distribuzione e, auspicabilmente, anche le istituzioni. Il presidente di Ancc-Coop ha verificato che le principali imprese del sistema cooperativo si dichiarerebbero favorevoli a un ritorno a sei giorni di apertura settimanale, ma la decisione richiederebbe un coordinamento più ampio per evitare distorsioni competitive.
Il panorama europeo offre una prospettiva comparativa interessante. Nella maggior parte dei paesi fondatori dell’Unione Europea, tra cui Germania, Francia, Austria e Belgio, esistono restrizioni significative alle aperture domenicali e festive, con deroghe limitate alle zone turistiche o a specifiche categorie merceologiche. In Germania, le decisioni sono delegate ai singoli Länder che regolamentano il numero di domeniche di apertura consentite, mentre in Francia vige il principio del riposo domenicale per i dipendenti, con aperture possibili solo per i negozi gestiti direttamente dai proprietari. Solamente sedici Stati membri dell’Unione Europea su ventotto non prevedono limitazioni agli orari di apertura domenicale, tra cui l’Italia, che dal 2011 ha adottato un regime di completa liberalizzazione.
Le reazioni alla proposta si preannunciano articolate e complesse. Da un lato, le organizzazioni sindacali hanno storicamente sostenuto la necessità di tutelare i diritti dei lavoratori e di garantire adeguati periodi di riposo, denunciando come le maggiorazioni retributive previste dai contratti nazionali del terziario siano significativamente inferiori rispetto ad altri settori produttivi. Dall’altro, parte del mondo imprenditoriale ha sempre difeso il principio della libertà di apertura come strumento di competitività e di risposta alle esigenze dei consumatori, temendo che limitazioni obbligatorie possano tradursi in perdite di fatturato e riduzione occupazionale.
Il contesto competitivo della grande distribuzione italiana presenta elementi di particolare criticità che rendono la riflessione sulle aperture domenicali ancora più urgente. I dati relativi al 2025 mostrano come la grande distribuzione organizzata abbia chiuso con un fatturato netto di 82,9 miliardi di euro, registrando una crescita del 2,8%, ma con un ritorno sul capitale investito sceso al 3,3%, significativamente inferiore rispetto al 4,9% fatto registrare dall’industria alimentare. L’EBITDA della distribuzione si è attestato al 4,8%, contro il 7,9% dei produttori, evidenziando come i margini operativi del commercio al dettaglio siano sottoposti a pressioni crescenti.
All’interno della grande distribuzione, i format discount hanno mostrato performance superiori, con tassi di crescita del 3,5% nei primi dieci mesi del 2025 e livelli di redditività significativamente più elevati rispetto ai supermercati tradizionali e agli ipermercati. Questa dinamica riflette la preferenza dei consumatori per formati maggiormente orientati alla convenienza in un contesto di potere d’acquisto compresso. I supermercati tradizionali, pur registrando nel primo semestre 2025 una crescita dei volumi del 2,7%, operano con costi operativi più elevati e margini più contenuti, rendendo quindi particolarmente rilevante ogni possibile intervento di razionalizzazione dei costi.
La stagionalità delle vendite rappresenta un altro elemento da considerare nell’analisi della proposta. Le rilevazioni mostrano come le vendite al dettaglio tendano a concentrarsi nei fine settimana, con il sabato e la domenica che rappresentano i giorni di maggior afflusso nei punti vendita. Tuttavia, la contribuzione netta della domenica, depurata dei costi aggiuntivi, risulterebbe meno significativa di quanto appaia considerando esclusivamente i ricavi. La redistribuzione dei flussi di clientela sugli altri giorni della settimana potrebbe quindi non comportare perdite sostanziali di fatturato, a fronte di una significativa riduzione dei costi.
L’iniziativa di Ancc-Coop si inserisce in un momento in cui il dibattito sulla sostenibilità economica e sociale del modello di apertura continua della grande distribuzione sta emergendo in diversi contesti. Alcune cooperative del sistema Coop hanno già sperimentato in passato limitazioni alle aperture festive, con risultati che secondo gli operatori hanno dimostrato la sostenibilità del modello. Esempi come quello di Unicoop Firenze, che già da alcuni anni tiene aperti la domenica mattina solo una parte dei propri negozi e riconosce maggiorazioni del 50% per le ore lavorate in giornata festiva, mostrano come sia possibile individuare equilibri differenti rispetto al modello di apertura generalizzata.
La proposta dovrà ora confrontarsi con la complessità del sistema distributivo italiano, caratterizzato dalla presenza di operatori con dimensioni, strutture proprietarie e strategie competitive molto diverse tra loro. Accanto alle cooperative di consumatori, il mercato include grandi gruppi della distribuzione commerciale privata, catene internazionali, operatori regionali e discount con modelli di business differenziati. Raggiungere un accordo di sistema che coinvolga l’intera filiera rappresenta quindi una sfida organizzativa e politica di notevole complessità, che richiederà probabilmente anche un intervento di coordinamento da parte delle istituzioni e delle associazioni di categoria.
Il tema della chiusura domenicale si intreccia inoltre con questioni più ampie relative alla regolamentazione del mercato del lavoro e alla definizione dei diritti dei lavoratori del settore commerciale. Dopo la completa liberalizzazione del 2011, molti contratti di lavoro nel settore della grande distribuzione hanno incluso l’impegno domenicale come prestazione ordinaria, con la conseguenza che decine di migliaia di lavoratori si trovano a dover garantire la disponibilità per cinquantadue domeniche all’anno in cambio di maggiorazioni che, nel caso dei contratti part-time molto diffusi nel settore, si traducono in incrementi retributivi mensili estremamente contenuti.
Le prospettive per il 2026 confermano la necessità di interventi strutturali sul settore. Con una crescita economica prevista ben al di sotto dell’1%, consumi delle famiglie sostanzialmente stagnanti e un’inflazione che, pur rallentando rispetto ai picchi del 2022 e 2023, continua a erodere il potere d’acquisto, la grande distribuzione si trova a operare in un contesto di mercato particolarmente sfidante. La capacità di ridurre i costi operativi senza compromettere la qualità del servizio e le condizioni lavorative diventa quindi un obiettivo strategico fondamentale per garantire la sostenibilità economica del settore.
La posizione di Coop assume particolare rilevanza anche per il ruolo che il sistema cooperativo riveste nell’economia italiana. Con una base sociale di oltre 6 milioni di soci, pari a più di un quarto delle famiglie italiane, le cooperative di consumatori non rappresentano semplici operatori commerciali, ma soggetti economici con una specifica finalità mutualistica orientata alla tutela del potere d’acquisto dei soci e dei consumatori. L’eventuale decisione di procedere verso la chiusura domenicale verrebbe quindi presentata non come una semplice scelta aziendale, ma come parte di una strategia più ampia di sostenibilità economica e sociale.
Le prossime settimane saranno decisive per comprendere se la proposta di Ancc-Coop troverà seguito presso gli altri operatori del settore e se si aprirà un tavolo di confronto strutturato che coinvolga anche le istituzioni. L’eventuale ritorno a sei giorni di apertura settimanale segnerebbe la fine di un’era iniziata con le liberalizzazioni del 2011 e rappresenterebbe un cambio di paradigma significativo nel rapporto tra distribuzione commerciale, lavoratori e consumatori. La sfida consiste nel trovare un equilibrio che permetta di coniugare la sostenibilità economica delle imprese, la tutela dei diritti dei lavoratori e le esigenze dei consumatori in un contesto economico caratterizzato da crescita debole e incertezza. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
