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Morte Navalny, cos’è la Rana Freccia e perché è così velenosa

Colori sgargianti e dimensioni minuscole, ma un potere letale capace di varcare oceani e confini. La storia della rana freccia intreccia natura estrema e tensioni internazionali.
Credit © Wikipedia

Il veleno di una delle creature più tossiche al mondo al centro di un caso diplomatico internazionale. Secondo Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi, nei campioni biologici prelevati dal corpo del dissidente russo Alexei Navalny sarebbe stata rilevata la presenza di epibatidina, una tossina associata alle cosiddette rane freccia del Sudamerica. Per i cinque Paesi europei, “solo lo Stato russo aveva i mezzi, il movente e il disprezzo per il diritto internazionale” per condurre un’operazione di questo tipo.

Le rane freccia, appartenenti alla famiglia delle Dendrobatidae e al genere Dendrobates, sono piccoli anfibi diffusi nelle foreste pluviali dell’America Centrale e Meridionale. Il loro nome comune – rane dal dardo velenoso – deriva dall’uso tradizionale che alcune popolazioni indigene facevano delle tossine secrete dalla pelle: il veleno veniva applicato su frecce e cerbottane destinate alla caccia. Per stimolare la secrezione tossica, secondo fonti etnografiche, gli anfibi venivano avvicinati al fuoco o sottoposti a forti stress, così da aumentare la produzione del liquido cutaneo.

Il loro potere tossico è tra i più elevati nel regno animale. L’esempio più noto è la Phyllobates terribilis, conosciuta come rana dorata, la cui pelle giallo intenso segnala la presenza di batracotossine, alcaloidi steroidei capaci di bloccare la trasmissione degli impulsi nervosi. L’effetto può condurre a paralisi, insufficienza respiratoria e arresto cardiaco. In esemplari selvatici la quantità di tossina può risultare letale per più esseri umani adulti. In passato la specie era diffusa anche a Panama e in alcune aree del Costa Rica, dove era considerata un simbolo portafortuna; alla fine del XXI secolo si è rapidamente estinta in alcune zone a causa di una virulenta infezione fungina.

Le rane freccia non attaccano l’uomo e non rappresentano un pericolo se non vengono toccate o disturbate. Il veleno agisce in caso di ingestione o contatto con ferite aperte. La loro livrea, dai colori elettrici – blu intenso, giallo brillante, rosso vivo o combinazioni di nero e arancione – è un esempio classico di aposematismo, la strategia evolutiva con cui le specie tossiche avvertono i predatori della propria pericolosità.

Nonostante la fama, si tratta di animali minuscoli: misurano in media tra i 4 e i 6 centimetri e pesano circa 10 grammi. Le femmine sono generalmente leggermente più grandi, mentre i maschi presentano un sacco vocale più scuro, utilizzato durante il corteggiamento. Tra le specie più note figurano Dendrobates tinctorius, celebre anche nella varietà “azureus” per le sue tonalità blu punteggiate di nero, Dendrobates leucomelas, gialla con bande nere, Epipedobates anthonyi, dal rosso attraversato da striature verdi, e Dendrobates truncatus, nera con bande gialle.

Negli ultimi anni queste rane hanno attirato l’interesse di appassionati di animali esotici, ma il loro allevamento richiede competenze specifiche. Sono territoriali, necessitano di un microclima tropicale controllato e di un’alimentazione esclusivamente a base di cibo vivo, come moscerini della frutta, afidi o piccoli coleotteri. In cattività possono vivere tra i 10 e i 15 anni. Un dato rilevante è che gli esemplari allevati non risultano velenosi: la tossicità dipende dalla dieta naturale, che comprende insetti – tra cui coleotteri della famiglia Melyridae – da cui derivano le stesse tossine accumulate nella pelle.

Dalla foresta pluviale ai dossier diplomatici, il salto è improvviso e inquietante. Un animale minuscolo, simbolo di biodiversità tropicale, si ritrova evocato in uno dei casi più delicati degli ultimi anni, dove scienza, biologia e accuse geopolitiche si intrecciano in uno scenario che continua a sollevare interrogativi. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!