Lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo che separa le coste iraniane da quelle di Oman ed Emirati Arabi Uniti e che rappresenta la principale arteria del commercio energetico mondiale, è di fatto chiuso al traffico commerciale. Non è stata emessa una dichiarazione formale di blocco, ma la combinazione di avvisi radio trasmessi dalle forze armate iraniane, la presenza massiccia di unità navali dei Pasdaran e gli attacchi subiti da almeno tre petroliere nelle ultime ore hanno reso il passaggio impraticabile per la quasi totalità del naviglio commerciale, con conseguenze potenzialmente devastanti per i mercati energetici globali.
La crisi si è innescata il 27 febbraio 2026, quando le forze statunitensi e israeliane hanno condotto attacchi coordinati contro obiettivi militari e nucleari iraniani. La risposta di Teheran non si è fatta attendere: in poche ore, le Guardie della Rivoluzione islamica — i Pasdaran — hanno trasmesso via radio VHF l’ordine alle navi in transito di invertire la rotta, dichiarando che il passaggio non era più sicuro. I dati di tracciamento satellitare registrano un crollo del traffico di oltre il 70%, con circa 240 imbarcazioni, tra petroliere cariche di greggio e navi metaniere trasportanti gas naturale liquefatto, radunate in attesa al di fuori dello stretto.
Il peso strategico di un corridoio lungo 54 chilometri
Attraverso i soli 54 chilometri alla strozzatura dello Stretto di Hormuz transita ogni giorno circa un quinto del consumo petrolifero mondiale, pari a oltre 20 milioni di barili al giorno. La stessa rotta è vitale per il gas naturale liquefatto: circa un quinto delle spedizioni globali di GNL dipende da questo passaggio, con il Qatar che rappresenta da solo la quota più consistente, esportando circa 100 miliardi di metri cubi all’anno quasi esclusivamente attraverso Hormuz. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iran stesso e Oman dipendono da questo snodo per convogliare verso i mercati mondiali il proprio greggio, i prodotti raffinati e il gas. Il valore annuo complessivo dei flussi energetici che transitano nello stretto supera i 500 miliardi di dollari.
I grandi operatori della logistica marittima hanno reagito con prontezza alla minaccia. Maersk, il più grande armatore al mondo di portacontainer, ha annunciato la sospensione immediata di tutti i transiti attraverso Hormuz “fino a nuovo ordine”, avvertendo che l’interruzione provocherà ritardi, cambi di itinerario e aggiustamenti operativi su tutte le rotte che collegano i porti del Golfo Persico. Hapag-Lloyd ha adottato misure analoghe, mentre il mercato delle assicurazioni marittime ha segnalato aumenti dei premi “di molte volte” rispetto ai livelli ordinari, rendendo di fatto impossibile l’ottenimento di copertura per le navi con legami commerciali con Stati Uniti o Israele.
Il petrolio verso quota 100 dollari
I mercati delle materie prime hanno risposto con violenza alla paralisi dello stretto. Il greggio Brent si avvicina rapidamente alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile, dopo aver già registrato un balzo superiore al 10% negli scambi over-the-counter. Capital Economics, citato dal Wall Street Journal, stima che interruzioni prolungate alla produzione iraniana o un blocco prolungato di Hormuz possano spingere stabilmente il greggio sopra quella soglia, trascinando con sé anche i prezzi del gas naturale. Le stime di Barclays convergono nella stessa direzione, avvertendo che i mercati finanziari non hanno ancora incorporato pienamente i premi di rischio legati alla crisi iraniana.
La risposta dell’OPEC Plus si è rivelata inadeguata a placare le tensioni: la decisione di aumentare la produzione è stata giudicata dagli operatori inferiore alle attese, rafforzando la percezione che l’alleanza dei produttori non disponga di margini reali per compensare la perdita di 20 milioni di barili giornalieri. In uno scenario di blocco totale, anche considerando le possibilità di deviazione attraverso l’oleodotto saudita East-West e le infrastrutture emiratine, il mercato perderebbe comunque oltre 10 milioni di barili al giorno, poiché la capacità alternativa rimane limitata a pochi milioni di barili quotidiani.
Il nodo del gas: un rischio sistemico per l’Europa
Anche più acuta, sul medio termine, è la minaccia che la crisi di Hormuz pone al mercato europeo del gas naturale. Gli analisti di Goldman Sachs hanno calcolato che, se il blocco dello stretto si protraesse anche soltanto per un mese, i prezzi del gas in Europa e quelli spot del GNL asiatico potrebbero più che raddoppiare, con un rialzo stimato del 130% che porterebbe le quotazioni fino a 25 dollari per milione di unità termiche britanniche. Il TTF, l’indice di riferimento del gas europeo ad Amsterdam, ha già registrato in una singola seduta un balzo del 25%, attestandosi a 39,85 euro per megawattora, ai massimi da oltre un anno.
L’Italia si trova in una posizione di vulnerabilità particolarmente esposta. Dopo l’interruzione delle forniture di gas russo a seguito dell’invasione dell’Ucraina, il Paese e l’intera Europa hanno accelerato la diversificazione dei fornitori, incrementando in modo sostanziale la dipendenza dalle importazioni di GNL qatariano, che da solo rappresenta il 45% delle importazioni italiane di gas naturale liquefatto via mare. Tutte le esportazioni del Qatar, come ricorda l’esperto di energia Massimo Tabarelli in un’analisi recente, transitano obbligatoriamente attraverso Hormuz, senza alternative logistiche percorribili nel breve periodo.
A rendere il quadro ancora più preoccupante contribuisce il livello degli stoccaggi europei di gas, significativamente inferiore rispetto agli anni precedenti. Secondo un’analisi del think tank Bruegel firmata da Simone Tagliapietra, alla fine di febbraio 2026 gli stoccaggi europei ammontavano a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 miliardi del febbraio 2025 e i 77 miliardi del febbraio 2024. In uno scenario di blocco prolungato, l’Europa si troverebbe costretta a competere direttamente sui mercati spot con i grandi acquirenti asiatici — Cina, Giappone, Corea del Sud, India — per aggiudicarsi i carichi di GNL disponibili, in un contesto in cui la pressione al rialzo sui prezzi sarebbe inevitabile e immediata.
Le alternative percorribili e i loro limiti
Le opzioni disponibili per aggirare il blocco di Hormuz sono limitate e costose. Sul fronte petrolifero, l’Arabia Saudita dispone dell’oleodotto East-West, capace di convogliare fino a 5 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso, aggirando lo stretto; gli Emirati Arabi Uniti possono deviare parte delle proprie esportazioni attraverso l’oleodotto Abu Dhabi Crude Oil Pipeline, con una capacità di circa 1,5 milioni di barili al giorno. Tuttavia, anche sommando queste capacità alternative, la perdita netta per il mercato rimarrebbe nell’ordine di decine di milioni di barili al giorno, con effetti immediati sulle catene di approvvigionamento globali.
Per il gas naturale liquefatto la situazione è strutturalmente più rigida: non esistono oleodotti alternativi per il trasporto del GNL, il cui smistamento è vincolato alle rotte marittime. A differenza del petrolio, per il quale l’eccesso di offerta di alcuni produttori extra-OPEC può parzialmente compensare il deficit, il mercato del GNL non dispone di riserve di capacità flessibili pronte a essere immesse rapidamente, come sottolinea Tabarelli. Il risultato è un collo di bottiglia energetico di proporzioni storiche, con venti milioni di barili di petrolio al giorno e una quota equivalente di GNL intrappolati a monte dello stretto, in attesa di una risoluzione diplomatica o militare che al momento non appare imminente.
I mercati finanziari e le ripercussioni sull’economia reale
L’impatto della crisi non si limita al solo settore energetico. L’aumento dei costi di trasporto marittimo, la contrazione della disponibilità assicurativa e l’instabilità dei prezzi delle materie prime energetiche si trasmettono all’intera catena del valore dell’economia globale: dal costo dei carburanti per autotrazione ai prezzi dell’elettricità, passando per le spese di produzione industriale e i costi di riscaldamento delle abitazioni. Le banche d’investimento, incluse Barclays e Goldman Sachs, hanno già rivisto al rialzo le proprie proiezioni sui prezzi dell’energia per i prossimi mesi, avvertendo che l’aggravarsi del conflitto potrebbe tradursi in una recessione energetica a livello europeo.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’evolversi della situazione. La chiusura di uno stretto che muove ogni anno oltre 500 miliardi di dollari di flussi energetici non ha precedenti nella storia recente in termini di durata e intensità, e la sua risoluzione dipende da dinamiche geopolitiche complesse che vanno ben oltre la dimensione puramente militare. Le prossime settimane saranno decisive per determinare se la crisi si stabilizzerà in un’interruzione temporanea o si trasformerà in uno choc energetico strutturale di portata globale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
