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Che fine hanno fatto i Banchi a rotelle del Ministro Azzolina? 119 milioni di euro pubblici finiti nella spazzatura

Acquistati per 119 milioni di euro durante la pandemia, i banchi a rotelle voluti da Azzolina e Arcuri sono rimasti per lo più inutilizzati: meno di 2 su 10 usati in classe, alcuni rivenduti a 1 euro l’uno.
Credit © YouTube

A distanza di oltre cinque anni dall’acquisto massiccio voluto durante la pandemia di Covid-19 dall’allora Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina e gestito dal commissario straordinario Domenico Arcuri, i cosiddetti “banchi a rotelle” — ufficialmente denominati “sedute innovative” — continuano a rappresentare uno dei capitoli più controversi della gestione emergenziale italiana. Acquistati per circa 119 milioni di euro complessivi, a un costo medio che oscilla tra i 150 e i 243 euro per unità a seconda delle forniture, questi arredi sono stati oggi per lo più relegati nei magazzini, inutilizzati, e in alcuni casi rivenduti al prezzo simbolico di un euro l’uno.

L’operazione si inseriva in un piano più ampio di riorganizzazione degli spazi scolastici in vista della riapertura degli istituti nella fase post-lockdown, con l’obiettivo dichiarato di garantire il distanziamento fisico tra gli studenti attraverso sedute modulari e mobili.

L’allora Ministra, all’atto del completamento delle consegne nel dicembre 2020, aveva celebrato l’operazione come un successo storico, sottolineando che per la prima volta lo Stato forniva circa 2,4 milioni di nuovi arredi scolastici, descrivendo l’iniziativa come “un investimento strutturale che non fosse solo legato all’emergenza”. Ma la realtà dei fatti, emersa nei mesi e negli anni successivi, ha restituito un quadro ben diverso da quello prospettato.

Un utilizzo marginale, tra indagini e polemiche

Secondo un sondaggio condotto dalla rivista specializzata Tecnica della scuola su un campione di oltre mille tra docenti, dirigenti scolastici e personale ATA, i banchi a rotelle sarebbero stati effettivamente impiegati nelle aule in meno di due casi su dieci. Gli altri esemplari sono stati dirottati nei laboratori scolastici oppure accantonati del tutto, spesso a causa delle lamentele degli insegnanti riguardo alla scarsa comodità delle sedute, ritenute inadeguate a un utilizzo prolungato come quello tipico delle ore di lezione. Secondo le stime circolate negli ambienti ministeriali e riportate da Repubblica, almeno un banco a rotelle su due sarebbe finito a prendere polvere in qualche deposito.

La situazione ha attirato l’attenzione delle autorità di controllo: sia la Corte dei Conti che l’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) hanno avviato indagini sui costi dell’intera operazione, con particolare riferimento al prezzo medio pagato per unità — stimato in alcuni casi fino a 243 euro a seduta — e alle modalità con cui il bando fu pubblicato prima ancora che gli uffici ministeriali avessero rilevato con precisione il fabbisogno reale delle singole scuole. Il disallineamento tra domanda e offerta ha prodotto storture evidenti: alcuni dirigenti scolastici avevano richiesto quantitativi eccessivi, altri avevano sbagliato il calcolo degli spazi disponibili, con conseguenti resi e sovrabbondanze nei magazzini.

Un episodio emblematico riguarda il ritiro di 110.000 banchi da alcune scuole a causa di presunti problemi di conformità alle norme antincendio, con le unità in questione classificate come potenzialmente infiammabili. La vicenda, scoppiata nell’autunno 2021, ha alimentato ulteriori polemiche politiche, sebbene successivi accertamenti abbiano chiarito che il problema riguardasse specifici lotti produttivi e non l’intera fornitura. A Pomezia, in un capannone industriale, sono rimasti stoccati per anni circa 26.000 banchi tra consegne non ritirate e resi, a testimonianza del disordine logistico che ha caratterizzato l’intera operazione.

Dai magazzini alle aste: la svendita a un euro

Il caso che ha riportato la questione all’attenzione dell’opinione pubblica è quello di Bagnoli di Sopra, piccolo comune in provincia di Padova, dove l’amministrazione comunale ha acquistato un centinaio di banchi a rotelle rimasti inutilizzati nei magazzini della Provincia locale, che ne custodiva ben seicento. Il prezzo concordato: un euro per singolo banco, a fronte dei 150 euro o più pagati dallo Stato al momento dell’acquisto. Il sindaco Roberto Milan, intervenuto ai microfoni del Mattino di Padova, ha dichiarato che le sedie sono “nuove, mai usate, certificate” e che grazie a quell’acquisto il Comune ha raggiunto i 400 posti a sedere per le proprie strutture. Il paradosso è lampante: manufatti acquistati con denaro pubblico a prezzi di mercato vengono ceduti, dopo anni di inutilizzo, a un centesimo del loro valore originario.

La Provincia di Padova non è un caso isolato. In tutto il Veneto, il sindacato SNALS ha denunciato la presenza di migliaia di banchi accatastati nei depositi provinciali e mai impiegati nelle aule, lamentando anche i problemi posturali che il loro utilizzo prolungato causerebbe agli studenti. Analoghe segnalazioni sono arrivate dal Piemonte, con Uilscuola che ha documentato sedute messe da parte in angoli delle classi, e da altre regioni d’Italia. In alcuni casi, i banchi sono stati reimpiegati in contesti completamente diversi da quello scolastico: a Vasto, ad esempio, sono stati sistemati nelle sale d’attesa di un centro vaccinale.

La Dirigente scolastica di un liceo veneziano è stata addirittura trasferita dopo aver deciso autonomamente di rottamare i banchi a rotelle assegnati al proprio istituto, un episodio che ha suscitato immediate reazioni politiche e mediatiche e che ha rilanciato il dibattito sull’opportunità dell’acquisto originario. Fratelli d’Italia, all’opposizione durante il governo Conte, aveva già bollato l’intera operazione come “milioni buttati”, e la vicenda veneziana ha offerto nuova linfa a quella critica.

Il bilancio di un acquisto emergenziale

Il bilancio complessivo dell’operazione banchi a rotelle si presenta, a conti fatti, come un caso di studio sullo spreco di risorse pubbliche in regime di emergenza. Con 119 milioni di euro impegnati per l’acquisto di oltre 434.000 sedute innovative, lo Stato italiano ha prodotto un parco arredi scolastici di cui meno del 20% è stato effettivamente e regolarmente utilizzato nelle classi. Il restante 80% è rimasto nei magazzini, è stato reimpiegato in contesti non scolastici, o è stato ceduto a prezzi irrisori, con una perdita di valore patrimoniale che nessuna rendicontazione pubblica ha ancora quantificato con precisione ufficiale.

Le indagini di Corte dei Conti e ANAC non hanno ancora prodotto, alla data attuale, sentenze definitive sui profili di responsabilità erariale, ma il caso continua a essere citato nel dibattito pubblico italiano come esempio emblematico dei rischi connessi agli acquisti emergenziali effettuati in deroga alle normali procedure di verifica del fabbisogno. L’eredità concreta di quell’operazione si misura oggi nella presenza capillare, da Nord a Sud del Paese, di migliaia di sedie nuove — mai usate, come recita la formula ormai entrata nel lessico della cronaca — ammassate in depositi scolastici e provinciali, che attendono una destinazione definitiva. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!