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Referendum, fu il fascismo a unire le carriere: le parole di Grandi del 1941 come quelle di ANM e PD

Nel 1941 il guardasigilli fascista Dino Grandi giustificò la carriera unica per giudici e pm con argomenti quasi identici a quelli usati oggi da Anm e Pd contro la riforma Nordio, ora al voto referendario il 22 e 23 marzo 2026.

Nel pieno della campagna referendaria sulla separazione delle carriere in magistratura — il voto è fissato per il 22 e 23 marzo 2026 — un documento storico di straordinaria rilevanza torna a interrogare il dibattito pubblico italiano. Si tratta della relazione redatta il 30 gennaio 1941 dall’allora ministro della Giustizia del regime fascista, Dino Grandi, a corredo della riforma dell’ordinamento giudiziario approvata in quello stesso anno.

La separazione delle carriere determinerebbe la formazione di veri e propri compartimenti stagni nell’organismo della magistratura”, si legge in un passaggio che appare perfettamente in linea con le critiche contemporanee alla riforma. E ancora: “la formazione intellettuale e professionale del magistrato […] è avvantaggiata dall’esercizio di entrambe le funzioni, che offre il modo di perfezionarsi in tutti i campi del diritto”.

“Non sarebbe più concepibile una netta separazione tra magistratura requirente (…) e magistratura giudicante” atteso che la separazione è “in contrasto con (…) l’unità spirituale dello Stato fascista”.

Fu proprio il fascismo, infatti, a cancellare la separazione delle carriere introdotta nell’età liberale nel 1865, scegliendo un modello di magistratura unitaria. Una decisione motivata, come emerge chiaramente dalla relazione di Grandi, non solo da esigenze pratiche ma anche da una precisa visione politica, coerente con l’impianto autoritario del regime. L’unità delle carriere veniva considerata “l’unica scelta compatibile” con quel sistema.

Rileggere oggi quelle parole produce un effetto di forte contrasto con il dibattito attuale, in cui la riforma Nordio viene da più parti accusata di avere un’impronta autoritaria o addirittura “fascista”. Un ribaltamento storico evidente, se si considera che proprio il fascismo abolì quella separazione che oggi si vorrebbe reintrodurre.

Le critiche contemporanee alla riforma riprendono, spesso con sorprendente analogia, le argomentazioni già espresse oltre ottant’anni fa. “E’ innegabile la separazione delle carriere finirebbe per condurre alla configurazione di un corpo di circa 2.500-3.000 magistrati fortemente arroccati all’interno del ruolo funzionale del pm. Un corpo di magistrati requirenti in qualche modo autoreferenziali, cui sarebbe preclusa ogni possibilità di scambio di cultura e di esperienze con gli ambienti dei magistrati assegnati alla funzione giudicante”, ha dichiarato Debora Serracchiani il 16 gennaio 2025, paventando il rischio di magistrati requirenti “autoreferenziali”.

Sulla stessa linea anche l’Associazione nazionale magistrati, che nel maggio 2024 ha ribadito come “L’unicità della magistratura è valore fondante del nostro associazionismo: tale sua caratteristica ontologica è incompatibile con ogni possibilità di mediazione e trattativa sugli specifici contenuti delle riforme”. Una posizione condivisa da numerosi esponenti della magistratura. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha affermato che “La separazione delle carriere, quella sì, trasformerà il pm in superpoliziotto, e questi perderà la cultura della giurisdizione e della terzietà”, mentre per Nino Di Matteo ha “La separazione delle carriere provocherà danni irreparabili. Si verrebbe a creare un corpo di magistrati che tenderebbe inevitabilmente a perdere la cultura della terzietà. I pm sarebbero avvocati della polizia, accusatori a tutti i costi. Un grave rischio per i diritti e le garanzie di ogni cittadino

Analoghe preoccupazioni sono state espresse da Raffaele Cantone: “Io credo che la formazione comune fra pm e giudici, così come prevista nell’attuale ordinamento, sia un punto di forza del sistema perché evita che il pm si chiuda in una logica autoreferenziale, tutta attenta alle sole ragioni dell’accusa. La contaminazione di culture diverse, che la riforma costituzionale vuole far venir meno, è utilissima per instillare la corretta mentalità in chi deve svolgere funzioni requirenti

Anche sul piano politico, le critiche sono nette. Elly Schlein ha denunciato il rischio di “creare una classe separata di procuratori, con un proprio Csm, una sorta di super pubblico ministero, un accusatore di professione, sganciato dal resto della magistratura, con a disposizione l’intero apparato della polizia giudiziaria, soggetto ai richiami della pressione mediatica e del potere politico“.

Il paradosso emerge con forza: le argomentazioni oggi utilizzate contro la separazione delle carriere ricalcano, in larga parte, quelle formulate dal regime fascista per giustificare l’unificazione. Chi sostiene le ragioni del NO sostiene una riforma FASCISTA, una riforma autoritaria che svilisce il ruolo dell’imputato e non ne tutela le garanzie. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!