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Terreni edificabili, una follia speculativa che sta uccidendo il diritto alla casa

Prezzi folli, rendite sospette e giovani senza futuro: dietro l’emergenza casa c’è il grande affare dei terreni edificabili. Ecco chi ci guadagna davvero.

L’emergenza abitativa non nasce dal nulla, e non può essere liquidata con le solite formule vuote sulla “complessità del mercato” o sulle “dinamiche dell’economia”. C’è una responsabilità precisa, concreta, sotto gli occhi di tutti, ed è la speculazione immobiliare sui terreni edificabili. È lì che si annida una delle distorsioni più gravi e meno raccontate del sistema italiano: un meccanismo opaco, ingiusto e profondamente immorale che ha trasformato il diritto alla casa in una corsa a ostacoli riservata a chi dispone già di capitale, relazioni e potere contrattuale. Per i giovani, per le coppie, per le famiglie normali, costruire una casa è diventato sempre più spesso un sogno irraggiungibile non soltanto per il costo dei materiali, per i mutui o per l’inflazione, ma perché a monte di tutto c’è un prezzo della terra drogato da rendite, favoritismi e aspettative speculative che nulla hanno a che vedere con il valore reale dei beni.

Quando in un piccolo comune della provincia italiana si arriva a chiedere 600 euro al metro quadro per un terreno edificabile di appena 400 metri quadrati, non siamo più nel campo del libero mercato. Siamo nel territorio della rendita parassitaria. Siamo di fronte a un sistema che produce ricchezza non attraverso il lavoro, non attraverso l’impresa, non attraverso l’innovazione, ma attraverso la semplice attesa. Aspettare che un terreno venga qualificato come edificabile, aspettare che il prezzo salga, aspettare il compratore giusto, aspettare che la fame di casa faccia il resto. Nel frattempo, chi vuole costruire davvero, chi ha un progetto di vita, chi vorrebbe mettere radici e investire nel proprio futuro, viene schiacciato da quotazioni insensate che non riflettono il costo di produzione di nulla, ma solo il potere di pochi di tenere in ostaggio un bene fondamentale.

Il punto più scandaloso è proprio questo: il valore enorme che si accumula su molti terreni edificabili non nasce da un merito del proprietario, ma da una decisione pubblica. È il comune che stabilisce, attraverso gli strumenti urbanistici, se un terreno sia agricolo oppure edificabile. È la mano pubblica che crea quel plusvalore colossale. Eppure, una volta generata questa rendita, il beneficio finisce quasi interamente nelle tasche private di chi si ritrova proprietario dell’area giusta al momento giusto. È una privatizzazione del vantaggio collettivo. Una decisione amministrativa, che dovrebbe essere guidata dall’interesse generale, si trasforma in una fortuna privata spesso immensa, senza che vi sia stato alcun investimento, alcun rischio imprenditoriale reale, alcuna utilità sociale prodotta. È qui che il sistema mostra il suo volto più indecente: un arricchimento fondato non sul lavoro ma sulla discrezionalità urbanistica.

E infatti il problema non è solo economico, ma anche politico e morale. In troppi contesti locali, l’edificabilità non appare come il risultato di criteri trasparenti, uniformi e rigorosi, ma come l’esito di dinamiche incerte, disordinate, talvolta perfino opache. Non esistono regole chiare e realmente omogenee applicabili in tutti i comuni; esiste invece una frammentazione che apre la porta a trattamenti differenziati, decisioni discutibili, rapporti di prossimità tra interessi privati e amministrazioni. È in questo terreno fertile che prospera la sensazione, diffusissima tra i cittadini, che ci siano scorciatoie per alcuni e muri per tutti gli altri. Il sospetto che basti acquistare un terreno agricolo, muovere le leve giuste, attivare i contatti opportuni, e vedere moltiplicato il proprio patrimonio quasi per incanto, non è soltanto corrosivo per la fiducia nelle istituzioni: è devastante per l’idea stessa di giustizia sociale.

Chi difende l’attuale sistema prova spesso a rifugiarsi dietro una retorica ipocrita: il mercato decide, il proprietario è libero di vendere al prezzo che vuole, lo Stato non deve interferire. Ma questa è una semplificazione comoda e falsa. Qui non siamo davanti a un bene qualunque, né a un mercato perfettamente concorrenziale. Siamo davanti a un bene la cui valorizzazione dipende in modo determinante da scelte pubbliche, da vincoli urbanistici, da piani regolatori, da autorizzazioni e infrastrutture finanziate dalla collettività. Lo Stato e i comuni intervengono eccome, eccome se intervengono; soltanto che troppo spesso intervengono a monte per creare rendita, e poi si ritirano a valle quando si tratta di redistribuirla o di correggerne gli effetti perversi. Il risultato è che la comunità genera il valore, mentre il singolo incassa il profitto. E chi ha bisogno di una casa paga il conto.

Per questo serve una rottura netta, coraggiosa, persino brutale con il passato. Non bastano più piccoli ritocchi, incentivi episodici o bonus a termine. Occorre colpire la rendita immobiliare improduttiva là dove si forma e dove si conserva. Una leva evidente è l’IMU sui terreni edificabili. Se un’area è edificabile e il suo proprietario la tiene ferma per anni aspettando soltanto che il prezzo continui a salire, allora quella scelta deve avere un costo molto pesante. Un’imposta fortemente aumentata non sarebbe una punizione arbitraria, ma una misura di giustizia economica: servirebbe a disincentivare l’accaparramento, a rendere meno conveniente il mantenimento passivo del bene, a spingere i proprietari verso la vendita o verso l’effettiva valorizzazione edilizia. Chi oggi lucra sulla scarsità artificiale dei terreni disponibili deve smettere di considerare il tempo come un alleato gratuito.

Il nodo, però, è ancora più profondo. L’edificabilità non può continuare a essere una rendita permanente attribuita quasi come un titolo nobiliare urbanistico. Dovrebbe essere, molto più semplicemente, una facoltà strettamente vincolata a un progetto reale, a tempi certi e a un’utilità concreta. In altre parole, l’edificabilità dovrebbe essere concessa in funzione della costruzione, non della speculazione. Un terreno dovrebbe acquisire davvero valore edificatorio solo quando esiste un progetto presentato, verificato e destinato a tradursi in opera entro un termine preciso. Se entro quel termine, ad esempio ventiquattro mesi, il progetto non si realizza, allora devono scattare conseguenze automatiche, severe e non negoziabili: recupero dell’imposizione dovuta, decadenza dell’edificabilità, impossibilità di riottenerla per un congruo periodo di tempo. È questo il punto decisivo: togliere alla qualificazione edificatoria il carattere di rendita accumulabile e restituirle quello di strumento finalizzato allo sviluppo ordinato del territorio.

Una riforma di questo tipo avrebbe almeno tre effetti benefici immediati. Anzitutto spezzerebbe l’alleanza di fatto che troppo spesso si crea tra proprietari di aree e amministrazioni compiacenti o deboli, perché verrebbe meno la convenienza di ottenere edificabilità solo per far lievitare il valore patrimoniale. In secondo luogo aumenterebbe l’offerta effettiva di terreni realmente disponibili per chi vuole costruire, e non di terreni soltanto formalmente presenti sul mercato ma tenuti fuori dalla portata delle famiglie attraverso prezzi deliranti. Infine rimetterebbe un principio di moralità pubblica al centro della questione urbanistica: il territorio non è un bancomat per pochi, ma una risorsa collettiva da amministrare secondo criteri di equità, trasparenza e utilità sociale.

Naturalmente una simile proposta urterebbe interessi enormi. Si leverebbe subito il coro di chi griderebbe all’attacco alla proprietà privata. Ma qui nessuno attacca la proprietà privata in quanto tale. Si contesta, semmai, l’uso distorto e socialmente dannoso di una rendita creata da atti pubblici e piegata a fini puramente speculativi. La proprietà privata è un diritto serio quando si accompagna alla responsabilità; diventa un privilegio intollerabile quando pretende di estrarre ricchezza collettiva senza restituire nulla alla comunità. Non è il piccolo proprietario onesto il bersaglio di una riforma del genere. Il bersaglio è il sistema che premia chi immobilizza il territorio, chi aspetta, chi gonfia i prezzi, chi trasforma una decisione urbanistica in una lotteria milionaria riservata a pochi fortunati o ben introdotti.

C’è poi una questione generazionale che non può più essere elusa. Ogni volta che si accetta passivamente il prezzo folle dei terreni edificabili, si sta dicendo ai giovani che il loro lavoro vale meno della rendita accumulata da altri. Si sta dicendo a una coppia che mette insieme due stipendi normali che il suo progetto di vita conta meno delle aspettative speculative di chi possiede un lotto. Si sta affermando, nei fatti, che costruire una casa non è il frutto di sacrificio, impegno e responsabilità, ma il privilegio di chi riesce a entrare in un gioco truccato. Questo non è soltanto economicamente sbagliato. È socialmente distruttivo. Perché una società in cui il patrimonio cresce per decisioni amministrative opache mentre il lavoro perde potere d’acquisto è una società che alimenta rabbia, sfiducia e disillusione.

Il dramma è che tutto questo viene spesso normalizzato. Ci si abitua all’idea che i terreni “costino così”, che “il mercato è questo”, che “in certe zone è normale”. No, non è normale affatto. Non è normale che un bene indispensabile alla costruzione di una casa raggiunga quotazioni sganciate da qualsiasi logica di accessibilità sociale. Non è normale che i piani urbanistici possano diventare fabbriche di plusvalenze private senza meccanismi stringenti di controllo e restituzione pubblica. Non è normale che la fiscalità colpisca spesso il lavoro, il reddito, la produzione, mentre tratta con eccessiva timidezza la rendita immobiliare passiva che nasce da decisioni collettive. E soprattutto non è normale che la politica continui a parlare di famiglie e natalità senza affrontare la questione più elementare: dove vivranno, con quali mezzi, a quali condizioni, le nuove generazioni?

Per affrontare seriamente l’emergenza abitativa bisogna avere il coraggio di nominare il nemico. E il nemico, in questo caso, non è un’entità astratta. È un modello di sviluppo locale fondato sulla scarsità artificiale, sulla discrezionalità urbanistica, sulla rendita fondiaria, sul silenzio complice di troppi amministratori e sulla rassegnazione di una politica nazionale che da anni evita di mettere mano a uno dei nodi più esplosivi del Paese. Ma senza questa battaglia ogni discorso sulla casa resterà vuoto. Si potranno inventare bonus, agevolazioni, slogan e tavoli tecnici, ma nulla cambierà davvero finché non si interromperà il meccanismo per cui pochi incassano rendite astronomiche e molti rinunciano perfino a immaginare una casa propria.

È dunque arrivato il momento di dire basta con chiarezza. Basta con i terreni edificabili trasformati in strumenti di speculazione. Basta con i prezzi fuori da ogni logica. Basta con l’edificabilità concessa senza vincoli veri e senza tempi certi. Basta con i rapporti ambigui tra potere urbanistico e interesse privato. Basta con un sistema che sottrae futuro ai giovani e lo converte in rendita per pochi. Il Governo deve intervenire, e deve farlo con decisione, senza piegarsi alle lobby del mattone e senza lasciarsi intimidire da chi difenderà questo scandalo in nome di una libertà economica che, in realtà, è soltanto il privilegio di speculare su un bene comune.

La casa non può essere ostaggio della rendita fondiaria. Il territorio non può essere un casinò urbanistico. E la politica non può più fingere di non vedere. Ogni giorno di inerzia è un regalo alla speculazione e uno schiaffo a chi vorrebbe semplicemente costruirsi una vita. Se davvero si vuole affrontare l’emergenza abitativa, si cominci da qui: colpire la rendita, liberare i terreni, imporre regole chiare, togliere spazio all’arbitrio, restituire centralità all’interesse pubblico. Tutto il resto è ipocrisia. E di ipocrisia, su questo tema, il Paese non ha davvero più bisogno. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!