Matteo Renzi è uno dei politici italiani che più hanno fatto del linguaggio un’arma di combattimento. Le sue parole, negli anni, non hanno mai avuto il tono sfumato della diplomazia: hanno cercato il titolo, la ferita, la sintesi che resta. Ed è proprio per questo che oggi colpisce ancora di più il cambio di registro con cui il leader di Italia Viva guarda a Elly Schlein, a Giuseppe Conte e, più in generale, a quel perimetro politico che fino a ieri considerava il simbolo di tutto ciò che non avrebbe mai voluto rappresentare. Per capire il presente, però, bisogna tornare alle parole del passato, perché è lì che emerge con maggiore chiarezza la distanza tra il Renzi di ieri e quello di oggi.
Su Elly Schlein, per esempio, Renzi era stato tranchant sin dall’inizio della sua segreteria. Non si era limitato a prenderne le distanze sul piano politico, ma aveva scelto di ridimensionarne la statura con una battuta che suonava come una liquidazione preventiva: “La Schlein? Un petardo, perderà pure alle condominiali”. Non era solo una critica alla linea della segretaria del Pd, era un giudizio complessivo sulla sua tenuta politica, sulla sua credibilità elettorale, perfino sulla sua capacità di reggere il confronto con la realtà. In altre occasioni l’aveva descritta come una figura destinata a scontentare tutti, troppo radicale per rassicurare i moderati e troppo incerta per guidare davvero una coalizione competitiva. Il sottotesto era chiaro: Schlein non era, per Renzi, un’avversaria autorevole, ma una parentesi debole e transitoria nella storia del Partito democratico.
Ancora più duro, se possibile, è stato l’atteggiamento verso Giuseppe Conte. Qui il dissenso politico si è trasformato spesso in un attacco personale, in una delegittimazione che andava ben oltre il confronto tra programmi e visioni. Renzi ha definito Conte “un uomo senza dignità”, lo ha dipinto come una figura opportunista, mutevole, priva di spessore e di coerenza. In altri momenti lo ha accusato di vivere di propaganda, di temere il giudizio degli elettori, di cambiare posizione a seconda della convenienza del momento. Il bersaglio, in questo caso, non era soltanto il capo politico del Movimento 5 Stelle, ma un intero modo di intendere la politica: quello che Renzi ha sempre cercato di descrivere come populista, giustizialista, incapace di governare la complessità senza trasformarla in slogan.
Non a caso gli affondi contro Conte si sono spesso intrecciati con quelli contro il Movimento 5 Stelle nel suo insieme. Renzi ha contestato con toni severissimi il reddito di cittadinanza, ha puntato il dito contro le distorsioni del superbonus, ha accusato i 5 Stelle di avere tradito la propria retorica dell’onestà e di avere prodotto danni enormi ai conti pubblici e alla qualità delle istituzioni. In una delle formule più efficaci e più dure della sua polemica, ha sostenuto che “i populisti gridano onestà e poi gettano nell’immondizia milioni di euro”, arrivando a dire che il M5S al governo è costato al Paese “quanto una calamità naturale”.
È difficile immaginare una scomunica politica più netta di questa. Eppure, proprio per questo, il presente appare così significativo. Perché lo stesso Renzi che demoliva Schlein e Conte con frasi taglienti e spesso umilianti oggi parla di alternativa comune alla destra, riconosce la necessità di stare dentro una dinamica coalizionale più larga e, soprattutto, usa nei confronti della segretaria del Pd un linguaggio molto diverso da quello sprezzante di un tempo.
A Schlein, adesso, riconosce il merito di provare a tenere insieme mondi diversi, di cercare una “casa comune”, di lavorare a una saldatura tra culture politiche che fino a ieri sembravano reciprocamente incompatibili. È un passaggio che non può essere liquidato come una semplice correzione di tono: è un vero riposizionamento. La leader che veniva descritta come un fuoco d’artificio destinato a spegnersi in fretta diventa ora, nelle parole di Renzi, una figura capace di interpretare una funzione di tenuta dell’opposizione.
Con Conte il passaggio è meno caloroso, ma non meno significativo. Non ci sono veri slanci di stima personale, e il rapporto resta appesantito da una lunga storia di scontri, diffidenze e ostilità reciproche. Tuttavia anche qui il quadro è cambiato. Conte non viene più trattato come un corpo estraneo o come un avversario da isolare a ogni costo, bensì come uno degli attori inevitabili del fronte alternativo al centrodestra. È un riconoscimento politico, prima ancora che umano, ma basta e avanza per segnare una discontinuità profonda con il passato. Chi ieri era descritto come inadeguato, trasformista o addirittura indegno, oggi viene ricollocato dentro una geometria possibile di alleanza.
Naturalmente sarebbe ingenuo leggere questa metamorfosi come il frutto di una pacificazione ideale. Più realisticamente, siamo davanti a un adattamento politico dettato dai rapporti di forza, dalle convenienze, dalla nuova configurazione del sistema dell’opposizione. Renzi resta Renzi: un leader che tende a interpretare la politica come movimento, pressione, ridefinizione continua del proprio spazio. Ma proprio per questo il caso Schlein-Conte rivela qualcosa di più generale: in politica le parole vengono spesso usate come pietre, salvo poi essere ritirate, smussate o contraddette quando il quadro cambia. Il punto critico, allora, non è tanto che Renzi abbia cambiato idea.
In democrazia può accadere, e talvolta è persino un segno di intelligenza politica. Il punto è che, quando il cambio di posizione è così netto, così rapido e così vistosamente in contrasto con il passato, diventa inevitabile chiedersi dove finisca l’evoluzione e dove cominci l’opportunismo. È una domanda legittima, non offensiva. Ed è la domanda che accompagna oggi il suo approdo nel campo largo. Perché le sue parole di ieri non sono semplici dettagli d’archivio: sono atti politici, giudizi pubblici, sentenze pronunciate con la consapevolezza del loro peso.
E se oggi Renzi chiede agli elettori di credere nella possibilità di una convergenza con Schlein e Conte, non può stupirsi se qualcuno gli ricorda ciò che di loro diceva fino a poco tempo fa. In fondo, è il prezzo inevitabile della politica quando sceglie di usare il linguaggio dell’assoluto: ogni svolta successiva appare meno come una maturazione e più come una smentita di se stessi. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
