Alberto Stasi apprende della nuova svolta investigativa mentre è al lavoro, in regime di semilibertà, in un’azienda privata nel centro di Milano. È il tardo pomeriggio, da poco passate le 17.30, quando riceve un messaggio dal suo avvocato Giada Bocellari: poche righe, asciutte, con il riferimento all’intercettazione attribuita ad Andrea Sempio e rilanciata dalle agenzie di stampa. Un aggiornamento che segna un punto di rottura in una giornata apparentemente ordinaria.
La comunicazione iniziale avviene a distanza, perché il legale è impegnato in un convegno e non può parlare immediatamente con il suo assistito. Solo più tardi arriva la telefonata. È in quel momento che Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per il delitto di Garlasco, reagisce con emozione: lacrime, smarrimento e il bisogno di comprendere una vicenda che, dopo quasi due decenni, torna a muoversi. Da tempo, per scelta ma anche come forma di autodifesa rispetto a un flusso continuo di notizie e ipotesi, l’uomo ha smesso di seguire trasmissioni e articoli sul caso.
Dopo la telefonata, Stasi trascorre la serata lontano dal clamore mediatico. Cena a casa di un amico, quindi rientra nel carcere di Bollate, dove è detenuto dal 12 dicembre 2015. Solo la mattina seguente, con maggiore lucidità, si confronta con quanto pubblicato dai quotidiani, leggendo le ricostruzioni della nuova pista investigativa aperta dalla procura di Pavia.
Nel corso della giornata incontra il suo avvocato per un pranzo veloce in zona Brera. Un momento definito dalla stessa Bocellari come “un pranzo di aggiornamento, per capire cosa succederà adesso”. Al centro del confronto, le parole attribuite ad Andrea Sempio in una conversazione intercettata nell’aprile 2025, nelle quali — secondo i pubblici ministeri — emergerebbero riferimenti a presunti video intimi e a contatti telefonici con Chiara Poggi.
Di fronte a questi elementi, Stasi avrebbe reagito con incredulità. Ai suoi difensori ha ribadito di non avere mai avuto alcuna percezione che terzi potessero aver avuto accesso a quei contenuti privati. Né, ha sostenuto, Chiara gli avrebbe mai lasciato intendere una simile eventualità. Una circostanza che, secondo quanto riferito, non era mai stata presa in considerazione in tutti questi anni: “a questa ipotesi”, avrebbe confidato, non aveva mai pensato.
A rafforzare questa posizione, anche un elemento tecnico: Stasi non utilizzava quel computer e, all’epoca dei fatti, non sapeva dove fossero conservati i file personali della coppia. Un dettaglio che, nella prospettiva difensiva, contribuisce a escludere una sua conoscenza diretta della questione.
La riapertura del quadro investigativo sul delitto di Garlasco, a distanza di quasi diciannove anni, riporta così al centro dell’attenzione uno dei casi più discussi della cronaca giudiziaria italiana. E mentre la procura di Pavia prosegue gli accertamenti, la difesa di Stasi si prepara a comprendere le possibili evoluzioni di una vicenda che sembra tutt’altro che conclusa. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
