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Super Bowl, tutti pazzi per lo Show di Bad Bunny? Tutto falso. Ecco cosa mostrano i video!

Bad Bunny al Super Bowl? I media parlano di trionfo, ma i video mostrano altro. Cosa c’è dietro una narrazione che trasforma i fatti in propaganda?

Lo show di Bad Bunny durante l’intervallo del Super Bowl 2026, andato in scena l’8 febbraio al Levi’s Stadium di Santa Clara, è stato acclamato da giornali, telegiornali e siti web come un successo travolgente, un’esplosione di entusiasmo collettivo, un momento storico. Titoli a caratteri cubitali, servizi gonfiati, commentatori entusiasti: tutto raccontava di un pubblico in delirio, travolto dalla performance dell’artista portoricano. Eppure, basta uno sguardo ai video condivisi da migliaia di spettatori presenti allo stadio per scoprire una verità che con quella narrazione non ha nulla a che vedere.

Le immagini parlano chiaro: spalti immobili, volti impassibili, telefoni alzati più per documentare che per partecipare. Nessun entusiasmo travolgente, nessuna ovazione da stadio. Al contrario, un’atmosfera fredda, quasi indifferente, che stride con il racconto ufficiale. Siamo di fronte all’ennesimo caso in cui l’informazione si piega non alla cronaca, ma a una strategia comunicativa preconfezionata, dove ciò che accade davvero perde importanza rispetto a ciò che si vuole far credere sia accaduto.

Questo non è solo un errore giornalistico. È una distorsione consapevole. È la trasformazione dell’informazione in propaganda. La celebrazione dello show di Bad Bunny, svincolata dai fatti e costruita su una realtà alternativa, serve una precisa agenda: consolidare certe immagini, rafforzare messaggi identitari, rispondere a esigenze politiche e culturali che nulla hanno a che fare con la cronaca. È una strategia ormai nota, che sfrutta eventi ad altissima visibilità — come il Super Bowl — per veicolare messaggi, costruire consenso, creare eroi o fenomeni mediatici funzionali a un certo racconto.

Il problema, però, non è Bad Bunny né il suo show. Il punto critico è il ruolo che l’informazione ha scelto di giocare: non più testimone dei fatti, ma agente attivo della narrazione. In un sistema mediatico che ha abbandonato il dovere di verifica per abbracciare l’opportunità del consenso, la realtà perde valore. La cronaca si dissolve in uno storytelling studiato a tavolino, dove ogni elemento è funzionale a un obiettivo che spesso ha più a che fare con l’ideologia che con il giornalismo.

L’informazione, quella vera, non ha bisogno di giudicare né di orientare il pubblico. Ha il compito, oggi più che mai, di riportare ciò che è accaduto, senza filtri, senza interpretazioni, senza secondi fini. È solo da lì che può nascere un’opinione pubblica libera, consapevole e capace di scegliere. Quando i media rinunciano a questo ruolo, rinunciano alla loro funzione democratica. E ciò che resta non è più giornalismo, ma marketing politico mascherato da notizia.