L’attacco missilistico iraniano a Cipro (prima volta nella storia che missili colpiscono direttamente il territorio dell’Unione Europea) ha innescato nel giro di quarantotto ore il più grave stravolgimento della mappa aerea globale degli ultimi decenni. Lo spazio aereo sopra Iran e Iraq è sigillato a tempo indeterminato, quello israeliano è chiuso fino al 3 marzo, e l’intera regione del Golfo è di fatto inaccessibile al traffico civile. Il bilancio immediato parla di oltre 5.000 voli cancellati a livello mondiale, con 3.400 soppressioni registrate nella sola giornata del primo marzo nei principali aeroporti mediorientali.
La FIR di Teheran resterà chiusa almeno fino al 3 marzo alle 08:30 UTC, con estensioni probabili. L’Iraq ha disposto una chiusura totale senza una scadenza definita. Gli Emirati Arabi Uniti sono da evitare fino al 4 marzo, così come lo spazio aereo saudita attorno a Riyadh. L’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) ha raccomandato alle compagnie di evitare completamente tutte le zone di conflitto a qualsiasi quota. Molti vettori, tra cui ITA Airways, Air France, Lufthansa, Emirates, Etihad, British Airways, Turkish Airlines e Air India, hanno già comunicato la sospensione dei voli verso la regione almeno fino al 7 marzo.
Chi si trova in questo momento negli aeroporti del Golfo o a Istanbul è parte di una massa stimata in oltre centomila persone bloccate in attesa di indicazioni su come tornare a casa. Emirates e Qatar Airways sono nel caos tra voli cancellati e ritardi a catena, aggravati dai continui aggiornamenti dei NOTAM nazionali, dai fenomeni di jamming GPS e di spoofing che rendono pericolosi persino i corridoi formalmente aperti. Anche il Mediterraneo orientale attorno a Cipro è diventato zona rossa dopo i colpi alle basi britanniche di Akrotiri.
Per le rotte tra Europa e Asia, la situazione configura quello che gli analisti definiscono un “double squeeze”: da una parte il divieto di sorvolo della Russia, in vigore per le compagnie europee dal 2022 a seguito della guerra in Ucraina, dall’altra la chiusura del Medio Oriente. Le tre autostrade aeree tradizionali sono tutte compromesse: la rotta meridionale via Egitto e Arabia Saudita era già sconsigliata dall’EASA; quella centrale via Turchia e Iraq è vietata per il fuoco incrociato tra Iran e Penisola Arabica; quella settentrionale via Armenia, Azerbaijan, Afghanistan e Pakistan resta teoricamente aperta ma è a rischio per gli scontri transfrontalieri nella regione. In una settimana normale, circa 350 voli al giorno (corrispondenti a 97.000 passeggeri) collegano l’Unione Europea all’Asia attraverso questi corridori.
Le alternative disponibili allungano drammaticamente i tempi di percorrenza. Un volo da Roma a Bangkok o da Londra a Singapore, che normalmente dura attorno alle dieci ore, ne richiede ora fino a quindici, con scali tecnici forzati per il rifornimento di carburante su tratte che gli aerei non sono stati progettati per coprire senza sosta. Le nuove rotte circumnavigano l’Africa o attraversano l’Asia Centrale. La rotta polare, via Groenlandia, Canada e Alaska, è impraticabile per la maggior parte dei vettori per motivi di autonomia e costi. Le compagnie hanno già iniziato ad applicare sovrapprezzi legati al conflitto, con i premi assicurativi per operare in prossimità delle zone di guerra schizzati a livelli mai visti.
Se la chiusura dovesse prolungarsi oltre pochi giorni, le conseguenze strutturali sull’industria del trasporto aereo e sul turismo internazionale sarebbero profonde. Raggiungere l’Asia tornerà a essere un’impresa costosa e logisticamente complessa, capovolgendo abitudini di viaggio consolidate in vent’anni di globalizzazione dei cieli. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
