L’affluenza al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati ha raggiunto il 46,07% degli aventi diritto alla chiusura dei seggi della prima giornata, sabato 22 marzo, con tutti i 61.533 seggi rendicontati. Un dato superiore alle attese, considerando che il voto si prolungava anche nella giornata di domenica 23 marzo fino alle 15. Le previsioni per la chiusura definitiva indicano un’affluenza finale intorno al 60%.
Il divario territoriale è netto. L’Emilia-Romagna guida la classifica con il 53,70% di partecipazione alle 23, seguita da Toscana (52,49%), Lombardia (51,83%), Veneto (50,55%) e Umbria (50,11%). Sopra la media nazionale anche Marche (49,41%), Piemonte (48,94%), Friuli-Venezia Giulia (48,55%), Lazio (48,23%), Liguria (48,18%) e Abruzzo (46,56%). Nella fascia più bassa si collocano le regioni meridionali: Sicilia chiude con il dato peggiore al 34,94%, seguita da Calabria (35,70%), Campania (37,78%), Puglia (39,00%), Sardegna (39,09%), Basilicata (39,88%) e Molise (39,78%). Valle d’Aosta si attesta al 44,25%, Trentino-Alto Adige al 41,34%.
Anche all’interno dei grandi centri urbani il dato è disomogeneo. A Roma l’affluenza più elevata si è registrata nel II municipio, quello dei quartieri Parioli, Trieste e Salario, con il 59,41%, seguito dal Centro storico con il 54,46%. All’estremo opposto il VI municipio, che comprende la periferia di Tor Bella Monaca, si è fermato al 41,20%.
I sondaggisti si misurano con numeri che nessun modello previsionale aveva anticipato con precisione. Salvatore Vassallo, politologo e direttore dell’Istituto Cattaneo, spiega che “una tale misura si raggiunge solo quando i motori si accendono in entrambi i campi. Alla fine si è parlato tanto dei tecnicismi della riforma, ma nelle ultime settimane la sfida ha generato nel quotidiano dei cittadini, nel vissuto familiare, negli ambienti di lavoro una quantità inedita di discussioni e punti di vista”.
Antonio Noto, direttore di Noto Sondaggi, sottolinea la rapidità della mobilitazione: “Ciò che ci colpiva è l’impennata improvvisa: negli ultimi giorni c’è stato un balzo di 10 punti, coloro che avevano deciso di andare a votare sono passati dal 41 al 51 per cento in una settimana, e comunque era impossibile prevedere un 60 per cento finale”. Noto segnala anche un segnale generazionale inedito: “Mentre nei sondaggi delle Politiche, solitamente i ragazzi ti dicono ‘non so, non ci capisco nulla’, stavolta partecipavano e si sentivano un po’ più coinvolti”.
Lorenzo Pregliasco di YouTrend inquadra l’affluenza come trasversale agli schieramenti politici: “Al Centro-Nord alle 19 era già attorno al 43%, alta tanto nelle regioni di destra che di sinistra: in Emilia, Veneto, Lombardia. Se guardiamo alla distribuzione per abitanti, è più alta nei comuni medio-grandi, quelli sopra i centomila abitanti”. Sul piano socioeconomico, nei comuni con oltre il 20% di laureati i votanti hanno raggiunto il 44%, contro il 34% in quelli con meno del 10% di laureati. Al Sud il quadro è più frammentato: “Alle 19 nei Comuni in cui è forte Forza Italia era al 34%, in quelli dei Cinque Stelle al 32”. Pregliasco si rifiuta di formulare un pronostico: “Onestamente non riesco a capire cosa stia succedendo. È andata a votare molta gente che in un primo momento non sembrava intenzionata a farlo, e dunque è difficile capire come valutarla”.
Renato Mannheimer non esclude nessuno scenario: “Il centrodestra che ha la maggioranza dei voti, se riesce a mobilitare tutti i suoi al massimo per il sì, può vincere; ma nello stesso tempo c’è un fronte del no che ha macinato tanti chilometri e consenso in varie aree”. Il sondaggista ricorda il confronto con il referendum del 2016 sulla riforma Renzi del Senato, votato con un’affluenza del 65,48%, pur sottolineando che “allora il premier Renzi nei sondaggi sui leader era già molto più impopolare di quanto non lo sia oggi la Meloni. Non mi stupirei di un risultato molto stretto”.
I modelli preelettorali avevano indicato due scenari opposti a seconda della partecipazione. Secondo i sondaggi YouTrend per Sky TG24, con un’affluenza attorno al 46% il No avrebbe prevalso con il 53,1%, mentre con una partecipazione al 55% i due fronti si sarebbero attestati in parità. Le rilevazioni di Ipsos per il Corriere della Sera di inizio marzo proiettavano, con affluenza al 42%, un vantaggio del No al 52,4% contro il Sì al 47,6%, mentre con partecipazione al 49% il risultato sarebbe stato sul filo del rasoio: Sì al 50,2%, No al 49,8%.
Un elemento potenzialmente determinante rimane il voto degli italiani all’estero. Gli aventi diritto al voto per corrispondenza sono circa 5 milioni. Pregliasco stima che i votanti dall’estero saranno certamente più di un milione, ricordando che all’ultimo referendum promosso dalla Cgil sul Jobs Act, caratterizzato da bassa affluenza, si espressero 1,2 milioni di connazionali residenti fuori dall’Italia. “Se il risultato del voto nazionale fra Sì e No fosse molto vicino, anche una piccola percentuale in senso opposto dall’estero potrebbe fare la differenza”. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
