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Artemis 2, la missione è partita: l’umanità torna nello spazio profondo!

Il 2 aprile 2026 il razzo SLS ha lanciato Artemis II con quattro astronauti verso lo spazio profondo per la prima volta dal 1972, stabilendo nuovi record di distanza dalla Terra e rientro atmosferico.

All’ora italiana delle 00:37 del 2 aprile 2026, il razzo Space Launch System della NASA ha lasciato il suolo del Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida, portando con sé quattro astronauti e la speranza di un’intera civiltà diretta verso lo spazio profondo per la prima volta dopo oltre cinquant’anni. La missione Artemis II, seconda del programma omonimo ma prima con equipaggio umano, segna un passaggio epocale nella storia dell’esplorazione spaziale: nessun essere umano aveva lasciato l’orbita terrestre bassa dal dicembre 1972, quando Apollo 17 chiuse definitivamente l’era delle missioni lunari del XX secolo.

Il conto alla rovescia era iniziato il 30 marzo alle 16:44 ora della costa est degli Stati Uniti, dall’interno del Rocco Petrone Launch Control Center, struttura intitolata all’ingegnere di origine italiana che guidò il programma Apollo. Una coincidenza carica di significato simbolico, in una missione che porta con sé una quantità straordinaria di primati e di aspettative.

L’equipaggio: quattro astronauti, molteplici primati

A bordo della capsula Orion — denominata Integrity per questa missione — viaggiano quattro astronauti selezionati con cura dalla NASA e dall’Agenzia spaziale canadese (CSA). Il comandante Reid Wiseman, astronauta NASA in servizio dal 2009, già protagonista nel 2014 di una permanenza di 165 giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), guida l’equipaggio. Al suo fianco, nel ruolo di pilota, c’è Victor Glover, che diventerà con questo volo la prima persona di colore a spingersi oltre l’orbita terrestre bassa, un primato che si aggiunge alla già storica partecipazione alla ISS. La specialista di missione Christina Hammock Koch rappresenterà invece la prima donna a compiere questo viaggio nello spazio profondo, un record atteso da decenni. Completa il gruppo Jeremy Hansen, dell’Agenzia spaziale canadese, che sarà il primo astronauta non statunitense a raggiungere le profondità dello spazio profondo.

I quattro compongono il primo equipaggio internazionale a varcare quella soglia simbolica che separa l’orbita bassa terrestre dal vero spazio profondo, consolidando una collaborazione tra NASA e CSA che affonda le radici negli Artemis Accords, firmati da numerosi paesi — tra cui l’Italia — a partire dal 2020.

Il viaggio: dieci giorni tra la Terra e la Luna

La missione si articola in un viaggio della durata complessiva di circa dieci giorni, suddiviso in fasi tecnicamente distinte e progressivamente sempre più impegnative. Dopo il lancio con SLS Block 1, la capsula Orion verrà inserita in un’orbita terrestre provvisoria, durante la quale l’equipaggio effettuerà le prime verifiche dei sistemi di bordo e testerà le procedure di emergenza per un eventuale rientro anticipato. Questa fase, denominata Hybrid Free Return, è stata progettata in modo che, anche in caso di guasto al propulsore principale, la traiettoria naturale riconduca Orion verso la Terra sfruttando unicamente la gravitazione dei due corpi celesti.

Al quinto giorno di missione, secondo i piani di volo, l’equipaggio raggiungerà il momento più emozionante dell’intera spedizione: il flyby lunare, un sorvolo ravvicinato che porterà Orion a circa 7.600 chilometri dalla superficie del lato nascosto della Luna. In quel momento, l’equipaggio si troverà a oltre 400.000 chilometri dalla Terra — più precisamente fino a 410.000 km nel punto di massima distanza — superando il record assoluto stabilito dall’Apollo 13 nel 1970, che aveva raggiunto circa 400.171 chilometri durante la sua emergenza. Per circa 40 minuti, il pianeta d’origine sarà invisibile e ogni comunicazione radio sarà impossibile: l’equipaggio si troverà completamente solo, più lontano da qualsiasi altro essere umano di quanto sia mai accaduto nella storia dell’umanità.

La gravità lunare verrà poi sfruttata come fionda gravitazionale per imprimere alla capsula la traiettoria di rientro verso la Terra, senza necessità di un’accensione prolungata del motore. Seguono quattro giorni di ritorno durante i quali i sistemi di bordo verranno monitorati in modo continuo e verranno effettuate tre manovre di correzione della traiettoria.

I record: distanza, velocità, rientro

Artemis II non si limita a essere il primo volo umano nello spazio profondo dopo il 1972: porta con sé una serie di record tecnici e simbolici destinati a entrare nei libri di storia. La distanza massima dalla Terra — oltre 400.000 chilometri — rappresenta la frontiera più lontana mai raggiunta da esseri umani, superando quanto fatto dalle missioni Apollo nel corso di tutto il programma. La missione segna inoltre il primo volo umano oltre l’orbita terrestre bassa da Apollo 17, il che significa che nessun essere umano aveva mai raggiunto una simile distanza nelle ultime cinque decadi.

Sul piano tecnologico, il momento più critico dell’intera missione rimane il rientro atmosferico. La capsula Orion entrerà negli strati superiori dell’atmosfera terrestre alla velocità di circa 11 chilometri al secondo, equivalenti a circa 40.000 chilometri orari: si tratterà del rientro atmosferico più estremo mai tentato da un veicolo con equipaggio nella storia del volo spaziale umano. Lo scudo termico ablativo della capsula dovrà sopportare temperature che superano i 2.700 gradi Celsius, più di quelle registrate in superficie sul Sole. Superata questa fase, i paracadute principali rallenteranno la discesa fino a permettere l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, dove unità della NASA e della Marina degli Stati Uniti attendono per il recupero.

Una missione di test verso il futuro

Nonostante la portata storica, Artemis II non prevede alcun allunaggio: si tratta formalmente di un volo di test finalizzato a verificare in condizioni reali tutti i sistemi della capsula Orion nello spazio profondo, inclusi i sistemi di supporto vitale, le procedure di attracco e le capacità di manovra in orbita cislunare. I dati raccolti durante i dieci giorni di missione alimenteranno lo sviluppo di Artemis III, la missione che dovrà riportare l’essere umano sulla superficie lunare per la prima volta dal 1972, con l’obiettivo dichiarato di insediare una presenza stabile e aprire la strada alle future missioni verso Marte. Il programma Artemis si configura dunque non come un fine in sé, ma come l’architettura portante di un progetto di esplorazione che guarda ben oltre la Luna. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!