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Sanità e Difesa, i numeri falsi usati da Schlein per attaccare Meloni

Schlein alza lo scontro con Meloni su sanità e difesa, ma i documenti ufficiali raccontano un’altra storia: cifre meno nette, più sfumature e un boomerang politico che investe anche Sánchez.
Credit © Rai

Nell’intervista concessa a El País e pubblicata il 26 aprile 2026, Elly Schlein ha attaccato Giorgia Meloni sul terreno sociale ed economico sostenendo che, da quando la premier è a Palazzo Chigi, “la spesa sanitaria in rapporto al Pil è scesa al 5,9%” e che “l’unica cosa che è aumentata e continuerà ad aumentare è la spesa militare”. È una linea politica netta, ma sui numeri il confronto con le fonti ufficiali restituisce un quadro diverso e più articolato.

Sul primo punto, quello della sanità, i documenti della Ragioneria generale dello Stato e del Mef non confermano il 5,9% indicato dalla leader del Pd. Le più recenti previsioni richiamate nel Documento di finanza pubblica 2026 collocano infatti il rapporto spesa sanitaria/Pil al 6,3% nel 2025 e al 6,4% nel 2026; altre sintesi ufficiali e tecniche della Rgs indicano poi un assestamento al 6,4% a decorrere dal 2026. Anche analisi indipendenti che leggono gli stessi documenti pubblici, come quelle rilanciate da Quotidiano Sanità e Gimbe, convergono su quel perimetro: 6,3% nel 2025 e 6,4% nel 2026, non 5,9%.

Questo non significa che sulla sanità il governo sia al riparo da critiche. I numeri mostrano infatti una spesa che cresce in valore assoluto, ma con un’incidenza sul Pil sostanzialmente stabile e giudicata da più osservatori insufficiente rispetto alla pressione sul Servizio sanitario nazionale. È però diverso sostenere che la quota sia ferma nell’area del 6,3-6,4% dal dire che sia stata fatta scendere sotto il 6%, perché si tratta di due fotografie politicamente e contabilmente molto lontane.

Anche il secondo passaggio dell’intervista, quello sulle spese militari, richiede una distinzione. È vero che secondo la definizione Nato la spesa per la difesa italiana è cresciuta in modo molto marcato: il rapporto Nato 2014-2025 indica per l’Italia un passaggio da circa 33,4 miliardi nel 2024 a circa 45,3 miliardi nel 2025, fino al 2,01% del Pil. Ma proprio su questo salto diversi analisti hanno osservato che il raggiungimento del target è avvenuto in larga misura attraverso un allargamento del perimetro contabile delle spese considerate “difesa” secondo i criteri Nato, più che tramite nuove e corrispondenti scelte legislative di spesa militare tradizionale. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani ha parlato esplicitamente di riclassificazioni di voci già esistenti; una lettura coerente con il fatto che l’impennata dichiarata non trova un’immediata corrispondenza in nuovi stanziamenti di pari entità approvati in modo trasparente nelle leggi di bilancio.

Il punto politico, dunque, non è negare che la spesa Nato dell’Italia sia salita, ma chiarire di quale aumento si stia parlando. Se si guarda al dato certificato dall’Alleanza, l’aumento c’è. Se però si guarda alla natura di quell’aumento, il caso italiano appare molto meno lineare di come lo descrive la polemica opposizione-governo: una parte rilevante del balzo verso il 2% dipende dal modo in cui Roma ha ricondotto nel perimetro Nato poste prima escluse o contabilizzate diversamente.

Il raffronto con la Spagna di Pedro Sánchez, evocata spesso dal Pd come modello progressista, rende il contrasto ancora più evidente. Nell’aprile 2025 il governo spagnolo ha presentato un Piano industriale e tecnologico per la sicurezza e la difesa da 10,471 miliardi di euro, dichiarando apertamente che quella mobilitazione di risorse avrebbe consentito di portare già nel 2025 la spesa al 2% del Pil. I dati Nato per Madrid mostrano un salto da 22,693 miliardi stimati nel 2024 a 33,123 miliardi nel 2025: un incremento vicino al 46%, che nella comunicazione politica viene spesso arrotondato al 50%. A differenza del caso italiano, in Spagna l’aumento è stato rivendicato con un piano straordinario esplicito e con nuove risorse annunciate dal governo.

Ne esce un paradosso che pesa nel duello a distanza tra Schlein e Meloni. La segretaria dem ha scelto di colpire la premier accusandola di aver ridotto la sanità al 5,9% del Pil e di aver fatto crescere solo le spese militari. Ma le fonti disponibili correggono entrambe le affermazioni: sulla sanità il rapporto resta sopra il 6%, nelle stime più recenti tra il 6,3% e il 6,4%; sulla difesa il rialzo italiano esiste nei conti Nato, ma è legato anche a riclassificazioni, mentre il governo socialista spagnolo ha messo in campo un incremento molto robusto e dichiarato delle spese per la difesa. In altre parole, la critica politica resta legittima, ma i numeri usati per sostenerla risultano, almeno allo stato delle fonti ufficiali disponibili al 28 aprile 2026, imprecisi o incompleti. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!