Nel 2026 i fringe benefit tornano al centro dell’attenzione per milioni di lavoratori italiani. La nuova legge di bilancio ha confermato il regime agevolato che consente ai dipendenti, in presenza di determinate condizioni, di ricevere benefit aziendali esentasse fino a un massimo di 2.000 euro all’anno. Tuttavia, la misura non è universale e non spetta a tutti: resta prerogativa delle imprese decidere se riconoscerli, a chi e in quale forma. Inoltre, il governo ha scelto di eliminare la soglia più alta da 5.000 euro riservata fino al 2025 ai neoassunti che trasferivano la residenza per motivi di lavoro. Una modifica che restringe l’ambito dei beneficiari ma rende ancora più centrale la corretta gestione del tetto esente per evitare sorprese fiscali.
Ma cosa sono esattamente i fringe benefit? Si tratta di compensi in natura o in denaro, che il datore di lavoro può decidere di erogare ai propri dipendenti come parte integrante del pacchetto retributivo. La peculiarità di questi benefit è che, entro certe soglie fissate dalla normativa, non concorrono alla formazione del reddito imponibile del lavoratore, e quindi non sono soggetti né a Irpef né a contributi previdenziali. I fringe benefit possono assumere forme molto diverse: buoni acquisto, contributi per il pagamento delle bollette, carburante, cellulari o auto aziendali a uso promiscuo, e via dicendo. Sono strumenti di welfare aziendale sempre più diffusi, soprattutto nel settore privato, dove le politiche retributive sono più flessibili.
Nel 2026, il limite massimo per godere dell’esenzione fiscale resta fissato a 1.000 euro annui per i dipendenti senza figli a carico, mentre sale a 2.000 euro per coloro che hanno uno o più figli fiscalmente a carico. È importante sottolineare che questo tetto comprende il valore complessivo dei benefit ricevuti nell’anno: se la soglia viene superata anche solo di un euro, l’intera somma perde l’esenzione e diventa imponibile. Un errore di calcolo, anche minimo, può quindi trasformarsi in un costo fiscale significativo per il lavoratore, che si troverà a pagare imposte e contributi sull’intero valore del beneficio, non solo sulla parte eccedente.
Non bisogna però confondere i fringe benefit con altri strumenti di integrazione salariale, come i buoni pasto. Questi ultimi, infatti, sono regolamentati in modo distinto e spettano di norma a tutti i dipendenti dell’azienda che ha deciso di adottarli, mentre i fringe benefit sono selettivi: è l’impresa a decidere se offrirli, a quali categorie di lavoratori e in che misura. Di conseguenza, non tutti i dipendenti hanno automaticamente diritto a questo tipo di bonus. Non esiste una “domanda” da presentare: il riconoscimento avviene sulla base delle politiche interne dell’azienda e, spesso, in coerenza con quanto previsto dai contratti collettivi o dai regolamenti aziendali.
La scelta del governo di cancellare il tetto maggiorato per i lavoratori che cambiano città per un nuovo impiego rappresenta un passo indietro rispetto alla spinta alla mobilità lavorativa che era stata introdotta nei precedenti interventi. Rimane però invariato il principio di fondo: utilizzare i fringe benefit come strumento di incentivazione e fidelizzazione, in un quadro normativo che premia chi sa restare nei limiti di legge. Il 2026 sarà dunque un anno chiave per le imprese chiamate a pianificare con attenzione la distribuzione di questi benefit e per i lavoratori che, se rientrano tra i destinatari, potranno ricevere vantaggi reali e tangibili senza subire la pressione fiscale. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
