Circola da settimane un confronto destinato a fare rumore: la Spagna paga l’energia all’ingrosso tra 14 e 37 euro al MWh, mentre l’Italia supera i 150. Il dato viene spesso citato dal premier spagnolo Pedro Sánchez come conferma del successo del modello energetico del suo governo, e molti articoli europei lo riportano come prova che il massiccio investimento nelle rinnovabili stia funzionando. I numeri sono corretti, ma la lettura è parziale.
Il valore che circola si riferisce al mercato spot, cioè il mercato all’ingrosso in cui l’energia viene scambiata in tempo reale. Non è la bolletta del consumatore finale, che include reti, tasse e oneri di sistema accumulati negli anni. Al 21 marzo 2026, il prezzo medio sul mercato spot spagnolo era di circa 37 euro al MWh, contro 157 in Italia e 102 in Germania. Nelle ore di picco solare può scendere fino a 14 euro.
Questa differenza non è una manovra politica recente: è il risultato diretto del meccanismo del cosiddetto merit order, il sistema con cui le centrali offrono la propria energia in un’asta giornaliera ordinata per costo crescente. Solare ed eolico entrano per primi perché non dipendono da combustibili. Quando coprono il 57-60% della domanda spagnola — come accade sempre più spesso — spingono fuori le fonti fossili e abbassano il prezzo spot. In Italia le rinnovabili coprono ancora il 20-25% del fabbisogno, il gas rimane dominante e ogni variazione sui mercati internazionali si riflette sul prezzo all’ingrosso.
Ma c’è un elemento che quasi mai compare nei titoli: i produttori di energia rinnovabile spagnoli non dipendono dal prezzo spot per remunerare i loro investimenti. Gli impianti costruiti prima del 2014 operano sotto il Real Decreto 413/2014, che prevede una remunerazione fissa composta da una quota per la capacità installata e da una quota operativa. In sostanza, anche quando il prezzo spot scende a zero, questi produttori incassano comunque attraverso un fondo pubblico, il Fondo Nacional de Sostenibilidad, alimentato dal 2024 non più dalle bollette delle famiglie ma da entrate come le aste sui permessi di emissione di CO2. Il costo sistemico c’è, ma è diventato meno visibile.
I nuovi impianti vengono invece costruiti tramite aste pubbliche e garantiti da contratti per differenza, i cosiddetti Contract for Difference: se il prezzo di mercato scende sotto il valore concordato, lo Stato integra la differenza; se sale, è il produttore a restituire l’extra. Un meccanismo che garantisce stabilità agli investitori ma che ha un costo pubblico reale. Accanto a questi, si diffondono i PPA — Power Purchase Agreement — contratti privati a lungo termine tra produttori e grandi acquirenti, che isolano entrambe le parti dalla volatilità dello spot. La Spagna è il Paese europeo con il mercato PPA più sviluppato.
Il prezzo spot, dunque, non è il costo reale dell’energia per il sistema. L’Italia ha oneri di sistema pesanti incorporati in bolletta, eredità di incentivi passati e di un mix ancora dipendente dal gas. La Spagna ha spostato parte di quei costi fuori dalla bolletta verso fondi pubblici. Il risultato visibile per il consumatore finale è diverso, ma il costo sistemico complessivo non è così distante quanto i titoli suggeriscono. Secondo la Banca Centrale Europea, le famiglie italiane pagano l’elettricità il doppio rispetto alla media europea: ma la differenza con la Spagna non è tutta spiegabile con le politiche dell’attuale governo, poiché una parte rilevante viene da scelte fatte 15-20 anni fa.
C’è poi un episodio recente che mette in luce i limiti del modello: nell’aprile 2025 la Spagna ha subito un blackout esteso che ha coinvolto anche il Portogallo, causato da un calo improvviso della produzione fotovoltaica nel sud-ovest della penisola. Quando la quota di rinnovabili è molto alta e la capacità di accumulo è insufficiente, la rete diventa vulnerabile: troppa produzione nelle ore soleggiate porta i prezzi a zero o in negativo, mentre nei momenti di calo improvviso la stabilità si incrina. Il governo spagnolo ha risposto con nuove regole per l’accumulo energetico e un piano da 2 miliardi entro il 2028.
A marzo 2026, Sánchez ha presentato un pacchetto da 5 miliardi per contrastare il caro-vita: IVA ridotta al 10% su elettricità e gas, azzeramento delle accise sui carburanti e aiuti mirati per famiglie vulnerabili e imprese. Una risposta concreta, ma da leggere nel contesto di un governo in minoranza che deve continuamente negoziare accordi parlamentari: alcune misure potrebbero non essere approvate nella loro forma attuale.
Il modello energetico spagnolo ha vantaggi reali, frutto di investimenti massicci negli ultimi vent’anni. Ma i meccanismi sono complessi, i costi nascosti esistono e i rischi di instabilità della rete sono documentati. Per l’Italia la lezione resta seria: accelerare sulle rinnovabili, disaccoppiare gli oneri di sistema dalla bolletta diretta, investire nello stoccaggio. Ma farlo richiede scelte strutturali di lungo periodo, e raccontare ai cittadini non solo i benefici attesi, ma anche il costo reale della transizione. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
