A pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo, il dibattito sul referendum confermativo sulla riforma della Giustizia — che prevede la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare — si arricchisce di una voce autorevole e inaspettata dal versante progressista. Cesare Salvi, giurista, ex senatore e già ministro del Lavoro nei governi di centrosinistra dell’epoca del PDS e dei Democratici di Sinistra, ha annunciato pubblicamente il proprio voto favorevole, motivandolo con argomentazioni che affondano le radici in una tradizione garantista tutt’altro che estranea alla cultura della sinistra italiana.
La posizione di Salvi ha assunto particolare rilievo proprio nel momento in cui il Partito Democratico, guidato dalla segretaria Elly Schlein, ha deciso compattamente di schierarsi per il No, sostenendo che la riforma firmata dal ministro Carlo Nordio non migliorerebbe l’efficienza del sistema giudiziario e metterebbe a rischio l’autonomia della magistratura. Salvi non condivide questa lettura e lo ha detto con franchezza: «Non me la sento di votare no solo perché l’ha proposta la destra.» Una frase che suona come una critica diretta all’approccio puramente oppositivo adottato da larga parte del centrosinistra, incapace, a suo avviso, di valutare il merito della riforma al di fuori delle logiche di schieramento.
Il giurista ha partecipato, il 4 febbraio scorso, a un convegno organizzato a Palazzo Madama dall’ex presidente del Senato Marcello Pera, senatore di Fratelli d’Italia, in un’iniziativa che ha volutamente unito esponenti di opposta provenienza politica attorno alle ragioni del Sì. Un segnale simbolico e politico insieme: la separazione delle carriere è una riforma che — ha ricordato Salvi — affonda le sue radici in un percorso riformatore inaugurato proprio dalla sinistra di governo negli anni Novanta.
Il filo diretto con il “processo Vassalli”
Il riferimento storico che Salvi richiama con insistenza è quello del codice di procedura penale del 1989, noto come “processo Vassalli” dal nome del grande giurista socialista e partigiano Giuliano Vassalli, che introdusse in Italia il modello accusatorio in sostituzione di quello inquisitorio. Una svolta epocale nella storia del diritto penale italiano, promossa da una figura emblematica della sinistra democratica, che fece del garantismo processuale una bandiera politica e culturale. A quella riforma si aggiunge la modifica dell’articolo 111 della Costituzione, introdotta nel 1999 con voto quasi unanime del Parlamento, che sancisce il principio del giusto processo: anche questa, sottolinea Salvi, fu promossa dal centrosinistra.
L’attuale riforma referendaria, nella sua lettura, non è che il logico completamento di quel percorso: «La separazione dei ruoli dei pubblici ministeri da quelli dei giudici è il modo per dare sostanza concreta al termine ‘terzo’ — ha spiegato — affinché il giudice sia davvero terzo e non dipenda, nella propria carriera e nella propria posizione, dai voti del pubblico ministero.» Una logica garantista che, a suo avviso, non appartiene a una parte politica, ma al diritto stesso nella sua accezione più profonda.
Indipendenza della magistratura: nessun attacco alla Costituzione
Uno degli argomenti principali del fronte del No è che la riforma, con la previsione del sorteggio per la composizione dei nuovi CSM, metterebbe a rischio l’autogoverno della magistratura e l’indipendenza dei giudici. Salvi respinge questa tesi con precisione tecnica, richiamando il testo dell’articolo 104 della Costituzione: «La legge dice con chiarezza che i magistrati, sia i pubblici ministeri che i giudici, sono indipendenti da ogni interferenza del potere politico. Chi dice il contrario o non ha letto il testo o dice una cosa inesatta.» Sul tema del sorteggio, poi, il giurista non nasconde che il sistema attuale delle correnti interne alla magistratura ha prodotto una concentrazione di potere che ha inciso negativamente sulla credibilità dell’istituzione, rendendo necessario un correttivo strutturale.
La definizione stessa di “autogoverno della magistratura”, utilizzata dai sostenitori del No, è per Salvi impropria: la Corte Costituzionale ha chiarito da tempo che il CSM è un organo di rilievo costituzionale, non un organo di governo o autogoverno. Una distinzione non soltanto terminologica, ma sostanziale, che ridimensiona l’allarme lanciato da chi vede nella riforma un attacco all’architettura istituzionale della Repubblica.
Una sinistra divisa: le voci del Sì nel campo progressista
Salvi non è l’unica voce progressista a dissentire dalla linea ufficiale del centrosinistra. Nel dibattito referendario si sono già distinte figure come Pina Picierno, europarlamentare dem di area riformista, che ha partecipato al convegno “La sinistra che dice Sì” organizzato a Firenze da Stefano Ceccanti, e partiti come Azione e +Europa che hanno annunciato il voto favorevole in linea con i propri programmi elettorali. Anche il presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre ha invitato a votare Sì, richiamando l’articolo 24 della Costituzione e la centralità del giudice terzo e distinto dal PM come garanzia fondamentale dei diritti della persona nel processo.
Il quadro che emerge è quello di un fronte progressista tutt’altro che monolitico, attraversato da una frattura culturale prima ancora che politica. Da un lato, la sinistra che legge la riforma attraverso la lente del conflitto con il governo Meloni e che ne fa uno strumento di opposizione; dall’altro, una componente garantista che rivendica una propria tradizione intellettuale e politica sul tema della giustizia, incompatibile con un No motivato esclusivamente dall’appartenenza di campo.
Il referendum del 22 e 23 marzo
Gli italiani sono chiamati alle urne il 22 e 23 marzo 2026 per esprimersi sulla riforma costituzionale approvata dal Parlamento. Si tratta di un referendum confermativo, che non prevede quorum: il risultato dipenderà dalla maggioranza dei voti validi espressi. La maggioranza di governo — Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati — è compatta per il Sì, mentre PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra sostengono il No. Italia Viva ha lasciato libertà di coscienza ai propri iscritti, con Matteo Renzi orientato all’astensione.
In questo scenario, la voce di Cesare Salvi acquista un peso specifico che va al di là del singolo voto: rappresenta la testimonianza che sul tema della separazione delle carriere esiste, nel pensiero giuridico e politico progressista italiano, una tradizione solida e argomentata che non si lascia esaurire dalla contrapposizione tra maggioranza e opposizione. «Il garantismo non è né di destra né di sinistra — ha concluso il giurista — vale per tutti.» Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!
