L’inverno 2026-2027 potrebbe svilupparsi in presenza di uno degli episodi di El Niño più intensi dell’epoca moderna, una configurazione capace di modificare la circolazione atmosferica su scala planetaria e di aumentare la probabilità di anomalie importanti anche tra Atlantico ed Europa. Questo, tuttavia, non permette ancora di annunciare una stagione eccezionalmente nevosa sull’Italia e tantomeno nevicate diffuse in pianura: le informazioni disponibili all’inizio di settembre indicano un inverno potenzialmente dinamico, ma lo scenario della neve dipenderà soprattutto dalla posizione delle perturbazioni, dalla tenuta del vortice polare e dalla capacità dell’aria fredda di raggiungere il Mediterraneo nel momento esatto in cui saranno presenti precipitazioni.
El Niño sarà molto forte e accompagnerà quasi tutto l’inverno
Il dato più solido riguarda l’evoluzione del Pacifico equatoriale. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha confermato il 3 settembre 2026 che El Niño è ormai pienamente sviluppato, continuerà a intensificarsi durante l’autunno e presenta una probabilità prossima al 100% di persistere fino a febbraio 2027, con un picco previsto tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno. L’aggiornamento ufficiale della WMO parla di un episodio destinato a raggiungere un’intensità molto elevata.
Anche la NOAA descrive una situazione eccezionale: nell’aggiornamento del 13 agosto 2026 attribuisce una probabilità superiore al 90% allo sviluppo di un El Niño molto forte durante l’autunno e l’inverno 2026-2027, mentre per il trimestre ottobre-dicembre viene indicata una possibilità del 69% che l’evento raggiunga una forza storica, superiore ai maggiori episodi osservati dal 1950. Il bollettino ENSO della NOAA rappresenta quindi un segnale climatico estremamente rilevante, ma non una previsione diretta della neve in Italia.
Il termine “Super El Niño”, molto utilizzato nella comunicazione giornalistica, non appartiene infatti alle classificazioni operative ufficiali. Inoltre, due episodi di uguale intensità nel Pacifico possono produrre conseguenze differenti sull’Europa, perché entrano in gioco la distribuzione delle acque più calde tra Pacifico centrale e orientale, le temperature dell’Atlantico, la Quasi-Biennial Oscillation, il ghiaccio artico, la circolazione stratosferica e soprattutto l’oscillazione nord-atlantica.
Perché El Niño non significa automaticamente neve abbondante in Italia
El Niño influenza l’Europa attraverso una lunga catena di collegamenti atmosferici, ma il segnale sul Mediterraneo è decisamente più debole e variabile rispetto a quello osservato sulle Americhe, sull’Australia o sull’Asia. Le ricerche più recenti mostrano che un ENSO molto intenso può rendere maggiormente prevedibili alcune grandi configurazioni invernali europee, in particolare la NAO e il pattern dell’Atlantico orientale, senza però determinarne in anticipo l’evoluzione precisa. Uno studio del National Centre for Atmospheric Science conferma che durante gli episodi ENSO forti le previsioni stagionali europee possono risultare più affidabili, ma non elimina l’incertezza regionale.
Negli eventi di El Niño moderati è stata osservata talvolta una transizione da una NAO positiva nella prima parte dell’inverno a una fase più negativa tra gennaio e febbraio. Una NAO negativa può favorire blocchi anticiclonici alle alte latitudini, rallentare le correnti occidentali e facilitare discese fredde verso l’Europa centrale e il Mediterraneo. Gli episodi estremamente forti, però, possono produrre una risposta diversa e non lineare, con alte pressioni maggiormente concentrate sull’Atlantico orientale e traiettorie del freddo difficili da stabilire.
El Niño può anche aumentare statisticamente la possibilità di un indebolimento del vortice polare stratosferico, ma il collegamento non è automatico. Una recente analisi dei grandi episodi del passato evidenzia che nei tre El Niño più forti precedenti non si verificò un vero riscaldamento stratosferico maggiore, mentre l’inverno 2009-2010, caratterizzato da un El Niño meno estremo, registrò una delle fasi negative della NAO più profonde della serie moderna. Lo studio pubblicato su Atmospheric Science Letters dimostra quindi che l’intensità di El Niño non può essere trasformata direttamente in una previsione di gelo o neve.
Cosa mostrano davvero le ultime proiezioni stagionali
Al momento non esiste una proiezione ufficiale sufficientemente affidabile per stabilire quanta neve cadrà in Italia tra dicembre 2026 e febbraio 2027. I modelli stagionali di ECMWF e Copernicus descrivono anomalie medie di temperatura, precipitazioni e pressione atmosferica, ma non possono prevedere a quattro o cinque mesi di distanza una nevicata su Milano, Torino, Bologna, Firenze o Roma.
Il sistema stagionale ECMWF utilizza 51 simulazioni con una risoluzione di circa 36 chilometri e produce scenari fino a sette mesi, ma una media trimestrale più calda del normale può comunque contenere una breve ondata di gelo, così come un trimestre piovoso non implica necessariamente molta neve. ECMWF chiarisce che queste elaborazioni devono essere interpretate in termini probabilistici, non come previsioni meteorologiche giornaliere.
Le indicazioni disponibili non autorizzano dunque a parlare di un inverno italiano complessivamente gelido. Il riscaldamento di fondo continua anzi a spostare verso l’alto la quota neve e rende più difficile la permanenza del manto alle basse altitudini. La finestra potenzialmente più interessante per eventuali irruzioni fredde potrebbe aprirsi tra gennaio e febbraio 2027, quando una possibile riorganizzazione della circolazione atlantica o un disturbo del vortice polare avrebbe maggiori possibilità di propagarsi verso l’Europa, ma questa resta una tendenza da verificare con gli aggiornamenti di ottobre e novembre.
Dove potrebbe nevicare maggiormente
Le aree con le probabilità climaticamente più elevate rimangono le Alpi, soprattutto alle quote medio-alte. In presenza di perturbazioni mediterranee alimentate da correnti meridionali, gli accumuli più consistenti potrebbero interessare le Alpi occidentali di Piemonte e Valle d’Aosta, i rilievi lombardi, il Trentino-Alto Adige, le Dolomiti venete e friulane. Se l’inverno risultasse mediamente mite ma umido, il rischio sarebbe quello di precipitazioni abbondanti accompagnate però da una quota neve spesso elevata, con pioggia nelle vallate e neve copiosa soprattutto oltre i 1.500-1.800 metri.
L’Appennino centrale rappresenta l’altra area potenzialmente favorita, in particolare Marche, Umbria orientale, Abruzzo, Lazio interno e Molise. Le irruzioni provenienti dai Balcani potrebbero coinvolgere anche l’Appennino romagnolo, la Campania interna, la Basilicata e i rilievi della Puglia settentrionale, con nevicate localmente abbondanti sul versante adriatico qualora l’aria fredda attraversasse un Adriatico ancora relativamente mite e ricco di umidità.
Per assistere alla neve in Pianura Padana servirebbe invece una combinazione molto più precisa: formazione preventiva di un cuscino freddo nei bassi strati, temperature negative o prossime allo zero e successivo arrivo di una perturbazione dal Mediterraneo. In questo scenario le zone storicamente più esposte sarebbero il Piemonte, la Lombardia occidentale e centrale e l’Emilia occidentale, comprese le province di Torino, Cuneo, Novara, Vercelli, Alessandria, Milano, Pavia, Lodi, Cremona, Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Sul Veneto e sulla pianura orientale la neve risulterebbe generalmente più difficile, perché le correnti meridionali tendono a erodere più rapidamente il freddo nei bassi strati.
Sul versante adriatico, un’irruzione da nord-est potrebbe invece abbassare la quota neve fino alle coste di Romagna, Marche, Abruzzo e Molise, mentre per Firenze, Roma, Napoli e le pianure meridionali sarebbero necessarie configurazioni molto rare e oggi assolutamente non prevedibili.
Le serie storiche ridimensionano lo scenario della “grande neve”
Le osservazioni degli ultimi cento anni mostrano una diminuzione molto marcata della neve sulle Alpi al di sotto dei 2.000 metri. Tra il 1920 e il 2020 gli accumuli sono diminuiti mediamente del 4,9% per decennio sulle Alpi sud-occidentali, del 3,8% sulle Alpi sud-orientali e del 2,3% sui versanti settentrionali, mentre la temperatura media è aumentata di circa 0,16 °C per decennio. Il calo più rapido si è concentrato dopo il 1980 e ha colpito soprattutto le località poste alle quote più basse. La ricerca sulle serie alpine mostra che, anche quando le precipitazioni invernali non diminuiscono, una parte crescente cade sotto forma di pioggia.
Un segnale analogo emerge sull’Appennino centrale e meridionale. L’analisi di 129 stazioni tra il 1951 e il 2001 ha rilevato, sopra i 1.000 metri, una riduzione invernale di circa 3,2 giorni di copertura nevosa e 1,6 giorni con nevicata ogni decennio. Lo studio pubblicato su The Cryosphere conferma che il calo interessa anche le montagne appenniniche e diventa più evidente alle quote vulnerabili agli aumenti termici.
La conclusione: inverno interessante, ma la neve in pianura non è ancora una previsione
L’inverno 2026-2027 partirà con un elemento climatico eccezionale e ormai quasi certo, rappresentato da un El Niño molto forte, ma le informazioni disponibili non consentono di prevedere una stagione uniformemente fredda o straordinariamente nevosa sull’Italia. La possibilità di episodi nevosi importanti esiste, soprattutto tra gennaio e febbraio e sulle Alpi e sull’Appennino, mentre la neve in Pianura Padana richiederà una successione atmosferica molto precisa che potrà essere individuata soltanto a distanza di pochi giorni.
Il quadro più realistico è quello di una stagione potenzialmente caratterizzata da forti contrasti, fasi miti e umide alternate a possibili irruzioni fredde concentrate, con una maggiore probabilità di neve abbondante in montagna e occasioni in pianura ancora impossibili da quantificare. Parlare oggi di “inverno storico” sarebbe prematuro; ignorare la possibilità di improvvise svolte fredde sarebbe però altrettanto sbagliato.
Le previsioni meteo vengono elaborate a partire dai dati forniti dai modelli internazionali ECMWF e GFS, successivamente verificati e interpretati dalla redazione di www.newsroomitalia.it
