Scarica l'App NewsRoom.
Non perderti le ULTIME notizie e le ALLERTA METEO in tempo reale.

Scarica GRATIS

Giustizia, “Niente appello se assolti”: la riforma che voleva Berlusconi ma che gli italiani stupidamente ostacolarono

Garlasco riapre la ferita più profonda della giustizia italiana: se due assoluzioni non bastano a chiudere un processo, il problema non è il singolo caso ma un sistema che ha smesso di proteggere davvero l’innocenza.

Il caso Garlasco ha rimesso brutalmente al centro una domanda che la politica italiana si trascina da oltre vent’anni senza avere il coraggio di sciogliere davvero: è accettabile che un imputato assolto in primo grado e poi assolto ancora in appello possa essere successivamente condannato senza che il sistema si interroghi fino in fondo sul costo umano, giuridico e civile di quel rovesciamento? Oggi la domanda non è più teorica. Con la nuova inchiesta della Procura di Pavia concentrata su Andrea Sempio e con la prospettiva, ormai apertamente evocata, di una richiesta di revisione del processo che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi, il nodo torna in tutta la sua evidenza: una giustizia che assolve due volte e poi condanna non può far finta che il problema non esista.

È in questo contesto che acquistano un peso politico e culturale ancora maggiore le parole pronunciate oggi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il Guardasigilli ha parlato di un “paradosso” e ha posto la questione in termini netti: com’è possibile che una persona assolta in primo e in secondo grado possa essere poi condannata senza nuove prove? Per Nordio, la legge “va cambiata”. Non è una sfumatura, né un inciso polemico: è la conferma che il caso Stasi-Garlasco sta diventando il simbolo di una distorsione strutturale del processo penale italiano, cioè dell’idea che l’assoluzione non chiuda davvero nulla e che il cittadino possa restare esposto a una persecuzione processuale potenzialmente interminabile.

In realtà, quella che oggi appare a molti come una scoperta tardiva era una battaglia chiarissima già nel berlusconismo di governo. Silvio Berlusconi sosteneva da anni che, dopo una sentenza di proscioglimento, soprattutto se confermata, lo Stato dovesse fermarsi. La legge n. 46 del 2006, la cosiddetta legge Pecorella, aveva tradotto quel principio in norma, restringendo drasticamente l’appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento e lasciandolo possibile solo in presenza di nuove prove decisive. Non era affatto una bizzarria eversiva, come venne raccontato allora da una parte della politica e del circuito mediatico-giudiziario: era un tentativo di riequilibrare il processo attorno alla presunzione di innocenza e alla ragionevole esigenza di certezza per chi fosse stato assolto.

Quella riforma fu invece demolita quasi subito sul piano politico e poi in larga parte sul piano costituzionale. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 26 del 2007, censurò il meccanismo allora introdotto richiamando il principio di parità tra accusa e difesa nel sistema delle impugnazioni. Ma è decisivo ricordare un punto che troppo spesso viene rimosso nel racconto pubblico: la Consulta non scolpì affatto un divieto eterno e assoluto di rendere inappellabili le assoluzioni; segnalò piuttosto l’inadeguatezza di quella specifica architettura normativa, lasciando aperto lo spazio a una riforma organica del sistema. In altre parole, la porta non fu chiusa per principio: fu la politica a non volerla più riaprire con serietà.

Ed è qui che si misura la responsabilità di chi, per anni, ha osteggiato quella linea in nome di un giustizialismo spesso mascherato da difesa dell’uguaglianza processuale. Perché la verità è che l’uguaglianza astratta tra accusa e difesa non può cancellare un dato elementare: il pubblico ministero dispone già della forza investigativa dello Stato, dell’iniziativa penale e di un apparato incomparabile rispetto a quello dell’imputato. Pretendere anche il diritto quasi pieno a rincorrere l’assoluzione fino al suo possibile rovesciamento significa trasformare il processo in un percorso senza fine, in cui l’innocente assolto non viene davvero liberato, ma solo parcheggiato in attesa del grado successivo. È stato questo il limite culturale di una parte della sinistra giudiziaria e parlamentare: avere confuso il garantismo con un cedimento all’impunità, quando invece la funzione di un processo liberale è esattamente opposta, e cioè impedire che il cittadino venga trascinato all’infinito dentro il potere punitivo. L’esperienza successiva ha mostrato che il problema esiste eccome, tanto che il legislatore è tornato negli anni a limitare, almeno in parte, il potere d’appello del pm contro i proscioglimenti per alcuni reati, segno che l’intuizione originaria non era sbagliata ma semmai incompiuta.

Il punto, allora, non è difendere retrospettivamente una bandiera di parte, ma riconoscere che Berlusconi, su questo dossier, aveva visto prima di altri una falla del sistema. Il caso Garlasco, con tutta la prudenza dovuta a un’inchiesta ancora aperta, mostra in modo quasi didascalico cosa accade quando l’ordinamento non attribuisce un peso adeguato alle assoluzioni: si costruiscono verità giudiziarie sempre più fragili, esposte a successive smentite, con effetti devastanti sulla credibilità della giurisdizione. Se davvero oggi si profilasse una revisione del processo Stasi, il tema non sarebbe soltanto l’eventuale errore sul singolo caso, ma il fallimento di una cultura processuale che ha preferito difendere il feticcio della impugnazione dell’accusa invece di blindare il valore liberale del proscioglimento.

Nordio, con le sue dichiarazioni, ha rimesso il dito nella piaga giusta. E la politica farebbe bene, stavolta, a non rifugiarsi nelle caricature del passato. Dire che dopo due assoluzioni una condanna è difficilmente conciliabile con il principio dell'”oltre ogni ragionevole dubbio” non è una provocazione contro i magistrati: è una domanda di coerenza dello Stato di diritto. Se due giudici hanno già dubitato, e se l’imputato è stato prosciolto due volte, lo Stato dovrebbe poter riaprire quel capitolo solo davanti a fatti realmente nuovi e radicalmente decisivi, non per una fisiologica ostinazione impugnatoria. Tutto il resto somiglia troppo a una punizione per accumulo processuale.

La lezione politica è severa. Per anni si è liquidata la riforma berlusconiana come sospetta per definizione, senza distinguere tra interesse contingente e qualità del principio. È stato un errore grave, e oggi appare ancora più grave alla luce di un caso simbolo come Garlasco. Chi allora gridò alla norma intollerabile, chi preferì la propaganda al merito, chi impedì una revisione seria del sistema delle impugnazioni porta una responsabilità precisa: avere lasciato in piedi un meccanismo che continua a consumare persone, risorse e fiducia pubblica. Se il dibattito riaperto da Nordio servirà almeno a riconoscere questo dato, allora la vicenda Stasi avrà imposto al Paese una verità scomoda ma necessaria: l’assoluzione, in uno Stato liberale, deve tornare a significare qualcosa. Per restare sempre aggiornato scarica GRATIS la nostra App!